Qualche settimana fa in tv passava l’ennesimo uomo pazzo di gelosia che corre in spiaggia per difendere la virtù della fidanzata, la bionda chioma al vento, il piè veloce, lo slancio atletico. Un utente su Instagram con arguzia ha commentato: “(Gabriele) sembra Achille che viene a sapere della morte di Patroclo (Sara) e corre verso le mura di Troia urlando a Ettore (il tentatore Andrea detto Hulk) di venire a combattere contro di lui”. Al che ho replicato al mio fidanzato: “Temptation Island non si limita ad essere quell’evento televisivo che nessuno guarda ma tutti commentano; è la versione odierna di un poema epico”. Come direbbe il presentatore Filippo: aspettate. Mi spiego.
Per quel 51% di italiani che ha passato il lunedì sera delle ultimi venti estati facendo lunghe passeggiate: Temptation Island è il reality show di Mediaset in cui, dopo essere state imprigionate in un resort esclusivo in compagnia di aitanti single, sette coppie di “persone comuni” si fanno la guerra di fronte alle telecamere piuttosto che andare in terapia. Gli ostacoli che minacciano la relazione non sono quasi mai diversi linguaggi d’amore, piuttosto: gelosie esagerate, codipendenza, squilibrio sociale o economico tra i partner. Molte coppie partecipanti sembrano il retaggio di un’Italia di 70 anni fa, quando l’uomo doveva essere virile, esplorare e propagare il gene mentre la donna lo aspettava a casa, docile, a fare i mestieri, possibilmente senza ingaggiare una interazione con un individuo del sesso opposto. Ulisse e Penelope, per l’appunto.
Milioni di telespettatori ogni lunedì da giugno a settembre assistono con la bava alla bocca alla confessione delle corna, al momento in cui lui o lei “eluderà le telecamere“ per fare cosacce con il single. Infine il falò di confronto finale, dove i due ex innamorati sputeranno anni di affronti e insulti trattenuti di fronte al serafico “moderatore” Filippo Bisciglia.
“Gli credi?” “Io lo amo, Filippo.”
Ora. Sarebbe troppo facile, e niente affatto divertente, attribuire il successo crescente di questo e simili programmi “sentimentali” all’imbarbarimento progressivo della civiltà umana. I dati parlano chiaro. La maggioranza di chi guardaTemptation island hatra i 15 e i 34 anni, quindi frequenta la scuola dell’obbligo o si sta specializzando in chirurgia. Basta fare un giro sulle tendenze di Threads o Tik tok in quei giorni del mese per averne conferma. E no, i ragazzi non sono più cretini o peggio istruiti di noi millennials. Ricordo bene le mie compagne di liceo che discutevano con altrettanto ardore sui concorrenti di Amici o i corteggiatori di Uomini e Donne. Forse alle nuove generazioni va addirittura meglio, dato che la regia di Temptation Island non si prende mai troppo sul serio.
Possiamo ammettere, per una volta, con naturalezza, che l’Italia è una nazione di politici, economisti, preparatori atletici e vecchie ciabattone di quartiere. Lo era quando i fotoromanzi sulla rivista “Grand Hotel” appassionavano milioni di balneari. Ancora prima, quando letterati illustri sconfessavano i colleghi in pubblicazioni post-mortem o mandavano le anime dei defunti seminuovi all’Inferno, nel girone dei lussuriosi.
Le storie altrui non sono le nostre, quindi ci attraggono. C’è un mistero dietro la ricchezza di tale celebrità o nel miglioramento estetico di un’altra. Ci chiediamo come hanno fatto quei due a mettersi insieme o perchè non si lasciano. Specchiarsi nell’esperienza altrui, anche se riscritta da un team di autori televisivi o dalle agenzie di stampa, può persino far raggiungere nuove consapevolezze. Ad esempio se non vedete errori nell’atteggiamento di Gabriele Govoni o Francesca Coppola, forse è il caso di riprendere quelle sedute di terapia.
L’Italia è una repubblica fondata sull’invidia
Noi italiani amiamo assistere al fallimento altrui. Gongoliamo per il piatto del trionfo concorrente di Masterchef sputato e poi scartato dallo chef, per Chiara Ferragni che dopo il pandoro gate non sa più come rilanciare il brand, per i Maneskin che stanno facendo la versione accelerata dell’incidente Oasis. In questo sostrato identitario del tutto sereno e garantista è naturale che uno show di coppie che si lasciano male (e ogni tanto, ma proprio di rado, tornano a casa insieme) faccia presa. Lo spettatore, non tanto ingenuamente, è portato dalla riscrittura degli autori a pensare: meno male che sono ancora single. Meno male che ho lasciato quello stronzo/a anni fa. Non sono io che non merito l’amore, è il resto del mondo a essere una cloaca popolata da traditori, immaturi e affamati di celebrità.
Poc’anzi ho accennato a scrittura e autori del programma. Temptation Island, come qualsiasi reality o talent, è uno show pilotato. Lo so io, lo sapete voi: le coppie partecipanti saranno pure vere, con un passato documentato, ma fanno mesi di casting in cui per partecipare a un programma dove si combatte la di gelosia mandando il partner in un serraglio di modelli/e che ci proveranno con lui/lei. Come far entrare un diabetico alla fiera della cioccolata a Perugia e aspettarsi che non si metta in bocca manco una pralina. Fa già ridere così.
La fiera della cioccolata a Perugia
Gli autori , la produttrice Maria De Filippi, chi altri e quel genio del fonico hanno rilasciato numerose interviste in cui giurano che è tutto vero. Bisogna rispettare il patto di fiducia con il pubblico per non perderlo, quindi i protagonisti di Temptation Island non possono recitare un copione, non ne sarebbero capaci. Tutto giusto. È altrettanto evidente che il viaggio emozionale di ciascuna coppia viene fortemente influenzato da cosa i concorrenti-cavie vedono durante le tre settimane di separazione forzata (quando Filippo “ha un video per te”) e da come vengono istruiti i tentatori. Ogni personaggio segue un archetipo preassegnato ed avrà un’introduzione, uno svolgimento, un climax nel falò e un finale che lo renderà inviso o amato agli occhi del pubblico. Torno alla provocazione iniziale, statemi dietro con i parallelismi, per favore.
L’epica didascalica di una storia d’amore che muore
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare senza avere degli studi classici alle spalle, i poemi epici “omerici” avevano una distribuzione tutto sommato popolare. Rapsodi o Aedi armati di lira si recavano alle corti dei sovrani durante importanti ricevimenti o feste pubbliche per recitare un canto dell’Iliade o dell’Odissea. Dovevano pertanto essere dotati di un talento musicale e di una buona memoria. Le copie scritte che sono giunte a noi tradotte in volgare dal latino di Nerone dal greco della scuola di Alessandria, non sono altro che il dettato di una storia che è stata recitata nei tre secoli precedenti da diversi cantori.
All’età di Omero (parliamo di VIII-VII secolo a.C) un metodo di scrittura ovviamente esisteva, ma la tecnologia per riprodurla in grandi unità non ancora, quindi si preferiva ricorrere a quello, che oggi, si chiamerebbe teatro-canzone. Le finalità di questa forma di intrattenimento erano educare la massa alla storia e alla cultura di riferimento (la guerra di Troia è successa davvero) e tramandare esempi di uomini eccezionali.
Dato che era impossibile, nello spazio di un banchetto, raccontare i 24 rotoli di un poema tutti di seguito, l’opera iniziava con un proemio, che introduceva il tema e le vicende principali, e si faceva ricorso in ogni canto di mini riassunti, epiteti, patronimici, paragoni per aiutare la memoria e stimolare quella del pubblico, in attesa della “puntata” successiva. I protagonisti avevano caratteristiche ben sottolineate (il pelide Achille, l’astuto Ulisse) e incarnava una tematica. Le battaglie, più che campali e fisiche, sono acuti duelli verbali. Tutti ricordano il commuovente commiato tra Ettore e la moglie Andromaca sulle mura di Troia e poco dopo, il ferino scambio di battute tra un vendicativo Achille e Ettore stesso.
Questa struttura narrativa si è trasformata e adattata nei secoli: il teatro greco, il poema cavalleresco, la commedia dell’arte in età moderna, il romanzo a puntate sui quotidiani e infine le serie tv. Riassunto delle puntate precedenti, contesto nella sigla, personaggi ben definiti con il loro percorso da fare, crisi, rinascite, evoluzione dello status quo, epilogo. Il tutto accompagnato da una voce narrante e da musiche che enfatizzino i picchi emotivi.
E arriviamo infine ai reality e documentary show, dove la formula viene applicata su storie vere. Alla voce narrante di Filippo che anticipa “nuove e sconcertanti rivelazioni”, ai filmati di presentazione delle coppie dove si spiega la dinamica che li ha spinti a partecipare al programma. Le litigate davanti al falò, l’affiancamento grottesco di Rimmel di De Gregori con le accuse di scostumatezza. Il Gabriele furioso, Giovanni il buon carrettaio, l’infida Sabrina, la bella Sara. Le gag sonore. I tormentoni per far tenere in testa la puntata.
“Questa è follia” “No, questa è Sparta”
Poi non va tutto come progettato dagli autori dello show, non stiamo parlando di una distopia Orwelliana quanto di una società, seppur circoscritta, di pensatori autonomi. Quest’anno secondo le intenzioni degli autori Diamante avrebbe dovuto cedere alla prima tentazione in sedici anni di relazione e mollare Bernadette, invece il loro arco narrativo si è concluso con la consegna dell’ ambito anello di fidanzamento. Il loro racconto è durato dieci minuti ed è stato relegato sul finale di una puntata. Gabriele e Sara sono riusciti, non si sa come, a nascondere un passato da pornoattori amatoriali. Pur di non tagliare la mematissima corsa sulla spiaggia hanno fatto un capolavoro di montaggio per silurare entrambi entro la terza puntata. Andrea e Iris hanno lasciato il programma insieme contro ogni pronostico. E così via.
Neo Shoujo 3
Ma quando i quattordici personaggi in cerca di fama seguono la storia che è stata pensata per loro arrivano i meme, i “FOLLIA”, i “vergonnia” a riempire i trend sui social, i follower su Instagram decuplicano e i guadagni del carretto delle brioche raggiungono i 10000 euro a serata. La vera Tentazione non è resistere ai patetici abbordaggi di tentatori e tentatrici, ma sacrificare una relazione di molti anni e la propria reputazione per partecipare alla prossima edizione del GF, diventare testimonial di pillole dimagranti, insomma, avere uno scatto di carriera.
Non è più tempo degli dei dell’olimpo, dei signori della guerra e degli eroi
Il dramma dietro il successo di questi programmi è il profondo vuoto di valori che ha colpito il primo Mondo dagli anni Ottanta in poi, e l’Italia dal Berlusconismo innanzi. Le grandi narrazioni sono quasi tutte fallite: nei bar o sui social non si discute di filosofia, religione, politica o altri argomenti elevati. I problemi più sentiti sono la mancanza di lavoro, di soldi e soprattutto d’amore.
In una società che dà tanto peso a trovare l’altra metà della mela come obiettivo personale, una società fatta di relazioni “liquide”, di ferite emotive e egoismi filtrati attraverso lo schermo di uno smartphone, si preferisce passare la serata a commentare Temptation Island su X piuttosto che prendere un gelato con un amico. Viene normale trovare catarsi nel fallimento di una serie di (ridicolizzate) storie d’amore. Storie abbastanza verosimili da essere credute, ma abbastanza aliene da non darci fastidio.
“Basta parlare di soldi, parliamo d’amore”
Poi oh, lo ammetto, sono la prima fan di questo genere di programmi e questa potrebbe essere solo una filippica per giustificarmi il tempo speso. Credo davvero che visti da una certa distanza possano aiutare a riconoscere relazioni personali nocive. Ci vuole nutrimento per il cervello e ci vuole il trash. La buon’anima di Guccini era fan, e non osiamo negare che sia stato uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, vero?
In quarta elementare, dacchè mi consideravo una bambina grande e vaccinata che aveva capito tutto dell’amore, in risposta al primo di molti rifiuti scrissi sul mio diario una filastrocca che faceva più o meno così:
San Valentino
la festa di ogni cretino
che crede di essere amato
e invece rimane fregato
sebbene quella piccola cinica sia stata messa a bada di recente, ben comprendo la sofferenza di chi deve trascorrere oggi soli nella propria cameretta senza poter aprire i social, pena l’invasione di reel con coppiette felici e stucchevoli dichiarazioni romantiche. A loro voglio dedicare dieci film (+1) che fingono di raccontare quanto è bello innamorarsi, ma al termine della loro visione fanno ringraziare di essere single anche quest’anno.
Gone with the Wind (1939) – l’amore vero è un tira e molla infinito
Lungi da me screditare uno dei pochi colossal del cinema americano degno di questo titolo, affresco sontuoso di un pezzo di storia importante. Ma se devo valutarea storia d’amore in Via col Vento è un vero disastro.
Rossella O’ Hara (Scarlett in lingua originale) si innamora da ragazzina dell’unico coetaneo che la rifiuta, tale Ashley Wilkers. Non se ne farà mai una ragione. Sposa per ripicca e per interesse il fratello Charles, che morirà poco dopo di rosolia. Durante un ballo di beneficienza (mentre è vestita ancora a lutto!) Rossella ritrova Rhett Butler, ex soldato, adesso trafficante per conto dei sudisti, sempre troppo povero per poter avere la sua mano. Anni dopo la fine della guerra di secessione la donna accetterà di sposare il vecchio ma ricchissimo Kennedy, con cui avvierà un’ impresa commerciale di successo fino alla morte di lui. La terza volta Rhett è diventato abbastanza facoltoso da convincere Rossella a sposarlo e farci una figlia, Diletta. La bimba muore dopo una sfortunata caduta da cavallo; non sarà questo evento a mandare in crisi il terzo matrimonio, quanto l’attaccamento morboso e infantile di Rossella al suo primo amore Ashley.
Finalmente Rhett capisce che non sarà mai abbastanza per Rossella e la lascia al suo destino, con il suo iconico “francamente me ne infischio”, futuro motto di tutti quelli che si sono azzerbinati per amore. Il film si chiude con la donna convinta di poterlo riconquistare grazie al bel faccino, confermando di essere una … una … ho epiteti troppo poco carini per essere trascritti. Siate creativi.
Gaslight (1944) – amore non è come pensi
Se avete avuto la fortuna di imbattervi nei video di pseudo psicologi che parlano di relazioni malsane, red flag, love bombing e gaslighting, sappiate che l’ultimo termine è nato in questo film. Paula Alquist, giovane rampolla e aspirante cantante lirica, si innamora dell’elegante pianista Gregory. I due vivono una favola finché si sposano e vanno a vivere nella casa da lei ereditata a Londra. Paula inizia ad avere vuoti di memoria, i mobili si spostano da soli, le luci a gas (gaslight) si abbassano in specifici momenti della giornata. Gregory e la cameriera le dicono che non è vero, è solo stanca e devastata dai recenti lutti, la testa le gioca strani scherzi. Il mistero si infittisce fino al prevedibile colpo di scena.
Gaslight insegna che è meglio stare soli che male accompagnati. Certo, la maggior parte delle persone là fuori non è interessata ai gioielli o alla casa a Londra che non possediamo, ma perchè rischiare.
Pretty woman (1990) – i soldi non possono comprare la felicità, ma l’amore sì
Tra gli anni ’50 e tardi anni ’80 il genere della commedia romantica subisce una progressiva stagnazione. Salvo casi di autori più intellettuali le storie d’amore più rappresentate al cinema sono catene di simpatici siparietti e incomprensioni che si risolvono in fretta. Arriva Pretty Woman, rivisitazione moderna (e un po’ disonesta) della favola di Cenerentola, e diventa il film d’amore più visto, adattato e replicato della storia.
La bellissima Julia Roberts interpreta una prostituta non troppo distrutta dalla vita, capace di imboscarsi nel mondo dell’alta finanza e di conquistare il cuore del suo bellissimo e più che benestante cliente, Richard Gere. Tutte noi abbiamo prima o poi sognato il principe azzurro che ci salvasse da una vita a nostro avviso piatta e miserabile. Negli anni Novanta il fidanzato ideale indossa uno smoking e firma assegni in bianco senza battere ciglio; l’affetto, la gentilezza, il sostegno emotivo sono ottime qualità, ma i soldi aiutano a vivere meglio e a digerire un carattere, a detta di Vivian, un po’ “difficile”. Il film prova fino alla fine a convincerci che durante il contratto è nato un amore disinteressato e Vivian amerebbe Edward pure se facesse l’operaio alla Thyssen-Krupp, poi lo vede affacciata dal suo monolocale fetido a bordo di una limousine con un mazzo di dieci rose rosse in bocca e finisce l’illusione.
Nota: questo canovaccio piace così tanto che viene riproposto ogni tot anni con altri titoli, esempi 50 Shades of Grey o Anora.
Titanic (1997) – non c’è peggior rivale di un amante durato un viaggio
Mettetevi un attimo nei panni del signor Calvert. Chi, vi starete chiedendo? Io stessa ho dovuto cercare su Wikipedia il cognome dell’uomo che Rose Dawson ex-DeWitt Bukater ha sposato dopo aver perso il “suo” Jack. Un marito che le è rimasto accanto decine di anni, con cui ha procreato, e che in 190 minuti e passa di film avrà solo una menzione. La signora vuole raccontare la tragedia del Titanic che ha vissuto in prima persona quasi un secolo prima, è tutta una scusa per parlare dell’artista squattrinato che su quella nave le ha salvato la vita e rubato il cuore.
E ok, certi amori sono così intensi nella memoria proprio perchè giovani e interrotti da cause di forza maggiore (una porta non sufficientemente ampia). La morte ha reso Leo… eternamente Jack bello, affascinante, generoso e ambizioso. Non ha alcuna colpa della fine della relazione, oltre il decesso. Povero marito di Rose che ha dovuto competere anni contro un fantasma e ne è uscito pure sconfitto. My heart will go on nella prossima vita, forse.
How to lose a guy in 10 days (2003) – come fare gli stronzi in amore ed uscirne vincitori
Poteva essere questo come mille altri esempi di commedia romantica americana dove si raccontano mille frottole per farsi piacere all’altro, un* sbugiarda l’altr* e dopo dieci minuti di separazione sofferta gli amanti scelgono di perdonarsi. Questo è uno dei miei film preferiti per tossicità.
Andie, giornalista di cronaca rosa, deve scrivere un articolo sugli errori che le donne commettono durante una frequentazione. Quindi conosce Benjamin con l’unico scopo di sedurlo, ufficializzare il rapporto, sabotare la relazione e trovare tutta la documentazione per il suo How a lose a guy in ten days. Lui, atavico farfallone, per una scommessa “di lavoro” deve trovare una fidanzata e portarla a una serata mondana. Entrambi hanno dieci giorni di tempo per raggiungere l’obiettivo. Entrambi faranno qualsiasi cosa in loro potere per salvare o distruggere il rapporto, in una escalation di bugie e manipolazioni esilarante. Ovviamente i nodi verranno al pettine e ovviamente decideranno lo stesso di tornare insieme. Se si sposano voglio il nome del loro avvocato divorzista.
Eternal sunshine of the spotless mind (2004) – il titolo peggio adattato della storia
Eternal sunshine of the spotless mind è un grande inganno operato dalla distribuzione al pubblico. Il titolo inventato, Se mi lasci ti cancello, svela l’idea alla base del soggetto e insieme crea l’illusione che andrà a vedere una commedia romantica. Di quelle dove spesso si ride, un po’ si piange e ci si rincuora sul lieto fine. Col cazzo. Questo film è la rappresentazione per immagini del rimpianto, dell’amarezza, e di come certe relazioni disfunzionali siano fatte per durare, superando le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farle dimenticare. Una storia romantica a suo modo. Allegra mica tanto. Del resto il dolore è prova che si è vissuto qualcosa di importante, e se non siete d’accordo con questa tesi, forse non siete ancora pronti per una relazione.
Tra parentesi: per me il film più bello di questa lista, anche se ha generato il fenomeno delle manic pixie girl.
500 days of summer (2009) – anche questo non scherza
L’ennesima storia di Lei (Summer) che lascia Lui (Tom) dentro uno squallido cafè, apparentemente senza una spiegazione. Poi si torna indietro nel tempo, all’istante in cui si conosciuti. E di nuovo avanti, indietro, avanti, in una struttura non lineare, fino a narrare i 500 giorni in cui Summer e Tom si sono frequentati e riempire tutti gli spazi del puzzle.
500 days of Summer parla di quanto è facile vedere quello che si vuole vedere, ascoltare quello che si vuole ascoltare, trovare coincidenze e affinità nella persona di cui si è innamorati, dopo averla messa sul piedistallo. E di come tutte le relazioni, anche quelle che finiscono a piatti rotti, sono utili occasioni di crescita. Un film che andrebbe visto almeno tre volte, in tre fasi della vita diverse: una dove si da ragione a Lui, una a Lei, l’ultima alla propria coscienza. Consiglio spassionato: se trovate nella vita un amico/a come la sorellina del protagonista tenetevela stretta. Riduce le probabilità di passare dall’estate all’autunno senza conseguenze.
Her (2013) – lei è meglio di te perchè è artificiale
Quella che solo tredici anni fa era una storia di fantascienza adesso è attualità. Los Angeles. In un futuro alternativo le persone sono perpetuamente connesse al virtuale tramite dispositivi tascabili e possono innamorarsi dei loro sistemi operativi. Theodore Twombly, copy-writer per lettere d’amore altrui, sta per divorziare e soffre la solitudine. Su suggerimento di una collega si consola acquistando l’ultima forma di intelligenza artificiale, un assistente programmato per imparare e adattarsi alla personalità del suo user. Her, Samantha, diventa presto presenza insostituibile nella vita di Theodore, ma questa particolare relazione porterà con se tutta una serie di difficoltà imprevedibili.
“Hai sempre voluto una moglie senza la sfida di affrontare qualcosa di vero e sono felice che l’hai trovata, è perfetta per te.” commenta amareggiata la ex di Theodore, Catherine. Una questione per tutti noi, oggi più di ieri.
Perfetti sconosciuti (2016) – con amici come questi non hai bisogno di nemici
Perfetti sconosciuti ci ha insegnato che sbirciare il cellulare altrui è una pessima idea, specie durante una cena tra coppie di amici. Non c’è molto altro da aggiungere, basta guardare il film e assistere, di confessione in rivelazione, al montare dell’imbarazzo empatico (i giovani lo chiamano cringe). Non vogliamo davvero conoscere i desideri più nascosti del nostro migliore amico, di nostra moglie, del nostro amante (che può coincidere con il marito della nostra migliore amica), di nostra figlia. Meglio una menzogna rassicurante di una verità dolorosa. Teniamo quindi gli schermi oscurati e andiamo avanti con le nostre bellissime vite di plastica.
Materialists (2025) – nell’era del dating puoi sempre trovare di meglio
Come mandi avanti una carriera dopo aver esordito con un’opera eccezionale? La regista Celine Song per il suo secondo film pesca dalla propria esperienza giovanile come agente matrimoniale a New York e parla di quanto sia diventato impossibile trovare un partner degno delle proprie aspettative, figurati innamorarsi. Quando contano soprattutto i cm, la RAL, la giovinezza, la bellezza, i beni materiali e transitori di una persona, dove trova spazio il sentimento?
Lucy Mason, dopo anni da matchmaker e una relazione fallimentare alle spalle, ha deciso che si sposerà solo quando troverà un uomo “spudoratamente ricco” e nel frattempo accoppierà gli altri. Caso vuole che durante il matrimonio di una sua cliente conoscerà proprio “un unicorno” ricchissimo, gentilissimo e ancora scapolo, con la faccia di Pedro Pascal. La stessa sera ritroverà pure il suo primo amore John (Chris Evans), aspirante attore ridotto a fare il cameriere part-time per pagarsi l’affitto.
Materialists non è perfetto come Past Lives (prologo ed epilogo sono da denuncia all’ordine degli sceneggiatori e una violenza sessuale viene trattata con fin troppa leggerezza) ma è un film attuale che fa riflettere ben oltre i titoli di coda, non posso dire lo stesso di tanti premi Oscar usciti in questo decennio.
Bonus: La la Land (2016) – scusa ma il mio sogno vale più di te
Un’aspirante attrice e un mediocre jazzista, più bravi a recitare che a ballare o cantare, si mettono insieme per farsi il tifo a vicenda mentre inseguono i rispettivi sogni, ma sono entrambi troppo egoriferiti per dialogare civilmente e accettare mezzo compromesso. Un provino fallito, stare a distanza qualche mese causa tour, sorpresa sorpresa la coppia va in crisi. Non è giusto che uno dei due sacrifichi le ambizioni dell’altro pur di averlo al proprio fianco, giusto? Giusto un cavolo. I sacrifici in una relazione sono necessari nelle giuste dosi e con reciprocità. State soli con le vostre carriere se non sapete fare un passo indietro, ma non veniteci a dire con le vostre faccette contrite che il mondo fuori da Hollywood funziona così.
Talmente osceno che fatico a definirlo una commedia romantica, talmente oltre che nel mio gruppo di amici ha generato il tormentone “comunque una storia d’amore migliore di La la land“. Sì, a mio avviso persino Twilight con i suoi lupi in calore, l’imprinting, le scenate di gelosia esagerate e i vampiri secolari amanti del liceo ha più dignità. E gli manca il difetto di essere un (brutto) musical.