Temptation Island e la narrativa epica contemporanea

Qualche settimana fa in tv passava l’ennesimo uomo pazzo di gelosia che corre in spiaggia per difendere la virtù della fidanzata, la bionda chioma al vento, il piè veloce, lo slancio atletico. Un utente su Instagram con arguzia ha commentato: “(Gabriele) sembra Achille che viene a sapere della morte di Patroclo (Sara) e corre verso le mura di Troia urlando a Ettore (il tentatore Andrea detto Hulk) di venire a combattere contro di lui”. Al che ho replicato al mio fidanzato: “Temptation Island non si limita ad essere quell’evento televisivo che nessuno guarda ma tutti commentano; è la versione odierna di un poema epico”. Come direbbe il presentatore Filippo: aspettate. Mi spiego.
Per quel 51% di italiani che ha passato il lunedì sera delle ultimi venti estati facendo lunghe passeggiate: Temptation Island è il reality show di Mediaset in cui, dopo essere state imprigionate in un resort esclusivo in compagnia di aitanti single, sette coppie di “persone comuni” si fanno la guerra di fronte alle telecamere piuttosto che andare in terapia. Gli ostacoli che minacciano la relazione non sono quasi mai diversi linguaggi d’amore, piuttosto: gelosie esagerate, codipendenza, squilibrio sociale o economico tra i partner. Molte coppie partecipanti sembrano il retaggio di un’Italia di 70 anni fa, quando l’uomo doveva essere virile, esplorare e propagare il gene mentre la donna lo aspettava a casa, docile, a fare i mestieri, possibilmente senza ingaggiare una interazione con un individuo del sesso opposto. Ulisse e Penelope, per l’appunto.
Milioni di telespettatori ogni lunedì da giugno a settembre assistono con la bava alla bocca alla confessione delle corna, al momento in cui lui o lei “eluderà le telecamere“ per fare cosacce con il single. Infine il falò di confronto finale, dove i due ex innamorati sputeranno anni di affronti e insulti trattenuti di fronte al serafico “moderatore” Filippo Bisciglia.

Ora. Sarebbe troppo facile, e niente affatto divertente, attribuire il successo crescente di questo e simili programmi “sentimentali” all’imbarbarimento progressivo della civiltà umana. I dati parlano chiaro. La maggioranza di chi guardaTemptation island ha tra i 15 e i 34 anni, quindi frequenta la scuola dell’obbligo o si sta specializzando in chirurgia. Basta fare un giro sulle tendenze di Threads o Tik tok in quei giorni del mese per averne conferma. E no, i ragazzi non sono più cretini o peggio istruiti di noi millennials. Ricordo bene le mie compagne di liceo che discutevano con altrettanto ardore sui concorrenti di Amici o i corteggiatori di Uomini e Donne. Forse alle nuove generazioni va addirittura meglio, dato che la regia di Temptation Island non si prende mai troppo sul serio.
Possiamo ammettere, per una volta, con naturalezza, che l’Italia è una nazione di politici, economisti, preparatori atletici e vecchie ciabattone di quartiere. Lo era quando i fotoromanzi sulla rivista “Grand Hotel” appassionavano milioni di balneari. Ancora prima, quando letterati illustri sconfessavano i colleghi in pubblicazioni post-mortem o mandavano le anime dei defunti seminuovi all’Inferno, nel girone dei lussuriosi.
Le storie altrui non sono le nostre, quindi ci attraggono. C’è un mistero dietro la ricchezza di tale celebrità o nel miglioramento estetico di un’altra. Ci chiediamo come hanno fatto quei due a mettersi insieme o perchè non si lasciano. Specchiarsi nell’esperienza altrui, anche se riscritta da un team di autori televisivi o dalle agenzie di stampa, può persino far raggiungere nuove consapevolezze. Ad esempio se non vedete errori nell’atteggiamento di Gabriele Govoni o Francesca Coppola, forse è il caso di riprendere quelle sedute di terapia.
L’Italia è una repubblica fondata sull’invidia
Noi italiani amiamo assistere al fallimento altrui. Gongoliamo per il piatto del trionfo concorrente di Masterchef sputato e poi scartato dallo chef, per Chiara Ferragni che dopo il pandoro gate non sa più come rilanciare il brand, per i Maneskin che stanno facendo la versione accelerata dell’incidente Oasis. In questo sostrato identitario del tutto sereno e garantista è naturale che uno show di coppie che si lasciano male (e ogni tanto, ma proprio di rado, tornano a casa insieme) faccia presa. Lo spettatore, non tanto ingenuamente, è portato dalla riscrittura degli autori a pensare: meno male che sono ancora single. Meno male che ho lasciato quello stronzo/a anni fa. Non sono io che non merito l’amore, è il resto del mondo a essere una cloaca popolata da traditori, immaturi e affamati di celebrità.
Poc’anzi ho accennato a scrittura e autori del programma. Temptation Island, come qualsiasi reality o talent, è uno show pilotato. Lo so io, lo sapete voi: le coppie partecipanti saranno pure vere, con un passato documentato, ma fanno mesi di casting in cui per partecipare a un programma dove si combatte la di gelosia mandando il partner in un serraglio di modelli/e che ci proveranno con lui/lei. Come far entrare un diabetico alla fiera della cioccolata a Perugia e aspettarsi che non si metta in bocca manco una pralina. Fa già ridere così.

Gli autori , la produttrice Maria De Filippi, chi altri e quel genio del fonico hanno rilasciato numerose interviste in cui giurano che è tutto vero. Bisogna rispettare il patto di fiducia con il pubblico per non perderlo, quindi i protagonisti di Temptation Island non possono recitare un copione, non ne sarebbero capaci. Tutto giusto. È altrettanto evidente che il viaggio emozionale di ciascuna coppia viene fortemente influenzato da cosa i concorrenti-cavie vedono durante le tre settimane di separazione forzata (quando Filippo “ha un video per te”) e da come vengono istruiti i tentatori. Ogni personaggio segue un archetipo preassegnato ed avrà un’introduzione, uno svolgimento, un climax nel falò e un finale che lo renderà inviso o amato agli occhi del pubblico. Torno alla provocazione iniziale, statemi dietro con i parallelismi, per favore.
L’epica didascalica di una storia d’amore che muore
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare senza avere degli studi classici alle spalle, i poemi epici “omerici” avevano una distribuzione tutto sommato popolare. Rapsodi o Aedi armati di lira si recavano alle corti dei sovrani durante importanti ricevimenti o feste pubbliche per recitare un canto dell’Iliade o dell’Odissea. Dovevano pertanto essere dotati di un talento musicale e di una buona memoria. Le copie scritte che sono giunte a noi tradotte in volgare dal latino di Nerone dal greco della scuola di Alessandria, non sono altro che il dettato di una storia che è stata recitata nei tre secoli precedenti da diversi cantori.
All’età di Omero (parliamo di VIII-VII secolo a.C) un metodo di scrittura ovviamente esisteva, ma la tecnologia per riprodurla in grandi unità non ancora, quindi si preferiva ricorrere a quello, che oggi, si chiamerebbe teatro-canzone. Le finalità di questa forma di intrattenimento erano educare la massa alla storia e alla cultura di riferimento (la guerra di Troia è successa davvero) e tramandare esempi di uomini eccezionali.
Dato che era impossibile, nello spazio di un banchetto, raccontare i 24 rotoli di un poema tutti di seguito, l’opera iniziava con un proemio, che introduceva il tema e le vicende principali, e si faceva ricorso in ogni canto di mini riassunti, epiteti, patronimici, paragoni per aiutare la memoria e stimolare quella del pubblico, in attesa della “puntata” successiva. I protagonisti avevano caratteristiche ben sottolineate (il pelide Achille, l’astuto Ulisse) e incarnava una tematica. Le battaglie, più che campali e fisiche, sono acuti duelli verbali. Tutti ricordano il commuovente commiato tra Ettore e la moglie Andromaca sulle mura di Troia e poco dopo, il ferino scambio di battute tra un vendicativo Achille e Ettore stesso.
Questa struttura narrativa si è trasformata e adattata nei secoli: il teatro greco, il poema cavalleresco, la commedia dell’arte in età moderna, il romanzo a puntate sui quotidiani e infine le serie tv. Riassunto delle puntate precedenti, contesto nella sigla, personaggi ben definiti con il loro percorso da fare, crisi, rinascite, evoluzione dello status quo, epilogo. Il tutto accompagnato da una voce narrante e da musiche che enfatizzino i picchi emotivi.
E arriviamo infine ai reality e documentary show, dove la formula viene applicata su storie vere. Alla voce narrante di Filippo che anticipa “nuove e sconcertanti rivelazioni”, ai filmati di presentazione delle coppie dove si spiega la dinamica che li ha spinti a partecipare al programma. Le litigate davanti al falò, l’affiancamento grottesco di Rimmel di De Gregori con le accuse di scostumatezza. Il Gabriele furioso, Giovanni il buon carrettaio, l’infida Sabrina, la bella Sara. Le gag sonore. I tormentoni per far tenere in testa la puntata.
“Questa è follia” “No, questa è Sparta”
Poi non va tutto come progettato dagli autori dello show, non stiamo parlando di una distopia Orwelliana quanto di una società, seppur circoscritta, di pensatori autonomi. Quest’anno secondo le intenzioni degli autori Diamante avrebbe dovuto cedere alla prima tentazione in sedici anni di relazione e mollare Bernadette, invece il loro arco narrativo si è concluso con la consegna dell’ ambito anello di fidanzamento. Il loro racconto è durato dieci minuti ed è stato relegato sul finale di una puntata. Gabriele e Sara sono riusciti, non si sa come, a nascondere un passato da pornoattori amatoriali. Pur di non tagliare la mematissima corsa sulla spiaggia hanno fatto un capolavoro di montaggio per silurare entrambi entro la terza puntata. Andrea e Iris hanno lasciato il programma insieme contro ogni pronostico. E così via.

Ma quando i quattordici personaggi in cerca di fama seguono la storia che è stata pensata per loro arrivano i meme, i “FOLLIA”, i “vergonnia” a riempire i trend sui social, i follower su Instagram decuplicano e i guadagni del carretto delle brioche raggiungono i 10000 euro a serata. La vera Tentazione non è resistere ai patetici abbordaggi di tentatori e tentatrici, ma sacrificare una relazione di molti anni e la propria reputazione per partecipare alla prossima edizione del GF, diventare testimonial di pillole dimagranti, insomma, avere uno scatto di carriera.
Non è più tempo degli dei dell’olimpo, dei signori della guerra e degli eroi
Il dramma dietro il successo di questi programmi è il profondo vuoto di valori che ha colpito il primo Mondo dagli anni Ottanta in poi, e l’Italia dal Berlusconismo innanzi. Le grandi narrazioni sono quasi tutte fallite: nei bar o sui social non si discute di filosofia, religione, politica o altri argomenti elevati. I problemi più sentiti sono la mancanza di lavoro, di soldi e soprattutto d’amore.
In una società che dà tanto peso a trovare l’altra metà della mela come obiettivo personale, una società fatta di relazioni “liquide”, di ferite emotive e egoismi filtrati attraverso lo schermo di uno smartphone, si preferisce passare la serata a commentare Temptation Island su X piuttosto che prendere un gelato con un amico. Viene normale trovare catarsi nel fallimento di una serie di (ridicolizzate) storie d’amore. Storie abbastanza verosimili da essere credute, ma abbastanza aliene da non darci fastidio.

Poi oh, lo ammetto, sono la prima fan di questo genere di programmi e questa potrebbe essere solo una filippica per giustificarmi il tempo speso. Credo davvero che visti da una certa distanza possano aiutare a riconoscere relazioni personali nocive. Ci vuole nutrimento per il cervello e ci vuole il trash. La buon’anima di Guccini era fan, e non osiamo negare che sia stato uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, vero?