barbie film locandina

Premessa autobiografica: ho sempre schifato Barbie, il giocattolo. Lo trovavo brutto, noioso, poco snodato, poco “giocabile”, troppo biondo, sorridente, rosa. Mi arrabbiavo quando da bambina mi regalavano Barbie al posto di macchinine, pistole, Action Man. Quindi mi vendicavo su di loro, torturandole: sono stata una delle proprietarie di “Barbie stramba“. Tra questo, la massiccia campagna promozionale che gli si è fatta intorno e la palese operazione di pinkwashing volta a conquistare le nuove generazioni, più interessate a perseguire battaglie social che a pettinare -e soprattutto comprare- bambole, avevo tutte le ragioni del mondo per odiare questo film.

Invece, salvo una chiusura frettolosa e il didascalismo da prodotto di intrattenimento americano (drinking game: shottino ogni volta che citano la parola “patriarcato”) “Barbie” mi è piaciuto molto.

Iniziamo dalle note positive: “Barbie” fa ridere di gusto e in maniera intelligente per gran parte della sua durata. Sia attraverso gag visive, ricche di chicche per le collezionistE più appassionate, che per le continue perle di autoironia pronunciate dai giocattoli Mattel.

Nessuno stereotipo, nessuna sovrastruttura narrativa viene risparmiato dal dileggio: brillante il momento in cui la narratrice commenta la protagonista in crisi “scusate non riesco a prendere sul serio Margot Robbie che si dà della cessa” . Perfino i vertici dell’azienda vengono rappresentati come una manica di yes men che pendono dalle labbra di un CEO imbecille (operazione simpatia calcolata al fotogramma). È tutto sopra le righe, frizzante, coloratissimo, canterino, mai scemo. Sui dialoghi e sul montaggio hanno lavorato tanto e bene, gli attori si sono divertiti un casino e si vede. Il film funziona; le due quasi ore scorrono veloci senza quasi far pesare il diffuso product placement e i problemi di scrittura del terzo atto.

Scritto ciò, Barbie riesce nella difficilissima impresa di coniugare intrattenimento e impegno, risata sguaiata e riflessione. Con Greta Gerwig alla regia era lecito aspettarsi un film “femminista”, un’ occasione per la Mattel di fare mea culpa sull’influenza negativa del suo prodotto di punta nella formazione di generazioni di ragazzine. “Barbie può essere tutto quello che vuole ” è lo slogan della bambola (non proprio vero, sto ancora aspettando “Barbie serial killer” e “Barbie Onlyfans”*) finché si mostra giovane, bella, perfetta e vincente. Ken…Ken è il fidanzato di Barbie, come molte donne sono semplicemente le fidanzate/mogli di uomini importanti.

Contrariamente al giudizio di molti influencer bianchi, cis, etero e permalosi, il conflitto di genere si mantiene per gran parte del film equilibrato. Anche i maschi soffrono di inadeguatezza sociale (un nome: Alan) anche le femmine si comportano da cretine e/o stronze. La differenza è che noi siamo abituate da mezzo secolo ad essere raccontate e “inscatolate” in una certa maniera, mentre l’ ego di certi è ancora troppo fragile per accettare che se ne faccia satira. Il film stesso suggerisce in più punti a chi ha occhi non offuscati che il femminismo militante di “Freeda” e il machismo esasperato del “cowboy” sono due manifestazioni dello stesso problema: la guerra dei sessi non avrà fine finchè saranno popolari.

Poi arriva il lungo monologo/letterina di Gloria che senza alcuna recalcitranza fa cadere il piatto della bilancia dalla parte della sofferenza femminile. Seguono scivolatine di scrittura che non affossano, ma fanno perdere al film eleganza e leggerezza. Perché a Hollywood le cose vanno spiegate per benino anche quando si fa il film d’autore e se si vogliono inserire sequenze oniriche meglio copiare dai migliori. Un po’ Pinocchio, un po’ Kubrick, parecchio Evangelion, il finale racconta che rifiutare le etichette suggerite dalla società, anche quando convenienti, permette la crescita. L’imperfezione nasconde un oceano di possibilità e non si può amare il prossimo senza prima comprendere se stessi. Tuttavia, potendo scegliere, è meglio maturare nella carne di Margot Robbie che in quella di un adolescente giapponese bruttarello.

*prima Mattel deve mettere in commercio Barbie Depressione Esistenzialista e Chadden Aspirante Cavallerizzo, il mondo ne ha bisogno. 

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