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Due spicci di riflessione

due spicci locandina netflix

Avrei voluto fare una recensione tranquilla, come le altre, di Due Spicci, terza e probabile ultima stagione delle avventure animate di Zerocalcare. Avrei voluto approfondire la trama, le tematiche (le stesse di Macerie Prime e Scheletri), la regia e le animazioni di un prodotto, comunque, sopra la media nazionale. Qualcosa di cui, comunque, dovremmo andare fieri di esportare. Farò anche quello. Ma la mia pigrizia ha permesso che, tra la mia visione e l’elaborazione di questo testo, sia scoppiato un caso intorno alla produzione di queste serie. Da ex addetta al settore artistico mi sento chiamata in causa a spiegare la questione e l’utilizzo dei comunque.

due spicci smeralda

E dunque.

Due spicci allarga e chiude il discorso intorno ai millennials, alla loro incapacità di diventare adulti, ai legami che si fanno sempre più deboli con il passare degli anni ma restano l’unica protezione contro un mondo sempre più cinico e spietato. Qui si parla di mafia, di debiti economici e affettivi, ma soprattutto di amore in tutte le accezioni del termine. Ho apprezzato in particolare gli escursus sulla violenza domestica che non conosce genere e la figura di Montini.

Due spicci ha una storia più intima di Questo Mondo non mi renderà cattivo, piena di pipponi autoreferenziali, quindi sarà apprezzata da chi non condivide le idee politiche dell’autore. Preferisco lo Zerocalcare giornalista di inchiesta all’esploratore delle botole emotive, ma ammetto che pochi in Italia riescono a raccontare il disagio relazionale con la sua disarmante ironia e semplicità. Ho apprezzato la scrittura di questa stagione meno delle precedenti, a tratti castrate dal minutaggio, ma meno piegate alla volontà di raccontare un solido intreccio. Per poi cadere in fortuite coincidenze e sottotrame che si incontrano intorno al cattivo principale come un manga thriller di Urasawa. Ho altresì mal sofferto la reiterazione, in ciascuno degli otto episodi, di un momento muto musicale, nonostante l’ottima playlist e animazioni di accompagnamento. Anche la regia riserva chicche e sperimentazioni che strizzano l’occhio alla vecchia Gainax e allo studio Shaft.

due spicci stella sara

Ma da giorni non è la qualità di “Due spicci” ad interessare.

Non si fa che parlare delle confessioni anonime sulle condizioni degli animatori che hanno lavorato alla serie, pubblicare in fugaci storie sulla pagina Un!ta. Finte partite iva sotto i 1300 euro lordi al mese, compensi a cottimo e non ad orario, turni massacranti anche durante i weekend. Proteste che fanno più rumore perché vengono da parte di dipendenti di un autore con un seguito colossale, ma soprattutto schierato a favore degli emarginati e dei deboli, che spesso (anche in questa serie) evidenzia l’impossibilità dei più giovani a raggiungere l’autonomia economica.

Prima di lasciare parlare accusatori e imputato tre note dalla sottoscritta, che non ha nessun rapporto con la produzione di questa serie, ma nell’ambiente ci ha bazzicato un po’.

  • Primo punto: Zerocalcare è creditato regista, sceneggiatore, autore e produttore esecutivo di due spicci. Questa ultima mansione nel settore artistico vuol dire tutto e niente. Probabilmente Zero non ha avuto alcuna voce in capitolo nelle modalità di assunzione e messa in regola del personale. Stan Lee era produttore esecutivo dei cinecomic Marvel, ma si limitava a firmare le locandine e fare i suoi camei nel film.
  • Secondo punto: Zerocalcare è una voce influente e volendo scomoda, ma non è un Dio, non è un sindacalista, e non è un politico. Non può cambiare un sistema che si regge traballante da anni in queste modalità. Non può redarre leggi per arginare il sistema delle false partite Iva (che in Italia riguarda non solo l’animazione, ma quasi tutti gli ordini professionali) e garantire previdenza e salario minimo ai lavoratori a progetto. Il problema esiste, ma è endemico. E a dire il vero non esiste solo in Italia.
  • Terzo punto, dato che in due spicci si parla di responsabilità, prima di ergerci a giudici dovremmo tutti rivelare lo scheletro nell’armadio. Il nostro benessere è in parte dovuto allo sfruttamento di ceti più fragili e/o con la predisposizione al martirio. Dal latte che viene pagato cinquanta centesimi al litro all’azienda produttrice, alla cassa di pomodori comprata sul sangue di braccianti lasciati a morire sotto il sole, al gas estratto dalle macerie di una guerra. Allo stesso modo non è giusto che il fumettista lavori due tre anni a un libro per qualche migliaio di euro IN TOTALE più spiccioli di diritti, ammesso che venga pagato. Non è giusto dover fare due, tre lavori contemporaneamente per non invecchiare a casa di genitore uno e due. Non è giusto vivere con l’ansia del bonifico che non arriva perché l’editore si è scordato e delle tasse esorbitanti da anticipare due, tre volte l’anno perché si è voluto investire il proprio talento artistico in un mestiere. E questi sono problemi che esistono principalmente in Italia, dove un sindacato delle arti applicate non è mai stato avviato.

un giorno, che non è né oggi né dopodomani, questa nostra miopia ci presenterà il conto. Dovremo scegliere se ridefinire al rialzo il nostro stile di vita, in qualità di consumatori e spettatori di materiale audiovisivo, oppure rinunciare per sempre all’opera di ingegno umano, lasciare ammuffire quel che stato in qualche database insieme a chi si è speso per l’arte. Sono convinta che se fosse già performante il prompt “disegnami un finale plausibile di Berserk nello stile di Kentaro Miura” o “genera un’altra stagione delle avventure dell’armadillo” taluni si fionderebbero ad usarlo, in barba a questioni etiche e economiche. Ma non voglio pensare che ci ridurremo tutti allo stato brado, non arriveremo al grado zero dell’arte.

due spicci cinghiale

Chiudo il mio monologo complottista allegando la testimonianza di chi in Doghead e Moviementi Production ci ha lavorato o ci lavora tutt’ora e l’intervento di Zerocalcare.

Le città di pianura (2025)

locandina del film le città di pianura

Sono toscana ma per citare vecchi adagi “ho tanti amici veneti” e ho visitato spesso la regione del Leone alato, per dovere o per piacere. Ho un’idea di quelle vaghe lande nebbiose che per quanto vicina al reale non potrà mai corrispondere a quella di chi li vive ogni giorno da sempre o da molto tempo.

Francesco Sossai è un “giovane” (per i nostri standard) regista di 37 anni, alla sua seconda prova per un lungometraggio, la prima con distribuzione cinematografica. Sossai è nato e cresciuto a Sedico, in provincia di Belluno, e ha fatto sua la prima regola di sceneggiatura:parla di ciò che conosci. Questo “Le città di pianura” è a tutti gli effetti uno sgangherato (ma girato con mestiere e cultura,  numerosi gli omaggi al cinema di Dario Argento, Dino Risi, Monicelli, Allen) road movie ambientato tra Venezia e Mestre e che descrive birrerie, locali, bacari, alla ricerca dell’ultima (bevuta) che alimenti la nostalgia.

Carlobianchi e Doriano sono due pensionati che vivono alla giornata e si stanno recando in aeroporto a recuperare un loro vecchio amico, fuggito in Argentina prima della crisi del 2008.  Nel corso dell’eterna nottata, tra una sbandata in autostrada e una vomitata, incroceranno Giulio, ventenne laureando in Architettura, maschio performativo che rincorre il futuro (“non c’è mai un’altra volta”) e deve superare una delusione d’amore. Preso in simpatia dai due scapestrati, il ragazzo verrà “rapito” e deresponsabilizzato di tappa in tappa, perché se Doriano e Carlobianchi sono “troppo vecchi per crescere”, Giulio è troppo giovane per vivere solo sui libri. 

donato carlobianchi giulio

“Le città di pianura” è pure una storia di formazione: due generazioni si incontrano e imparano l’una dall’altra attraverso lo stratagemma del viaggio. Eppure sarebbe una definizione vera e limitante quanto la precedente. Questo è un film piccolo e intimo come non se ne facevano più in Italia da decenni, che parla del territorio senza risultare limitato o provinciale.

“Non rimarrà nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare” dirà uno dei protagonisti ad inizio film. Lo si capisce in quelle distese di nulla raccontate in eleganti piani sequenza, nei posti del cuore chiusi o riadattati, nel palazzo settecentesco che sta proprio in mezzo al cantiere. C’è una rassegnazione alcolica in queste notti di bevute, il rimpianto per un mondo dove tutti stavano meglio e si volevano più bene. Nel caos di oggi si può pur sempre incappare in un giovane di belle speranze che ha solo bisogno di una raddrizzata, conversare di economia e capitale di fronte ad un salame, visitare il memoriale Brion. Cosa abbiamo oltre ai bei ricordi? La possibilità di vivere e crearne altri.

Non voglio rivelare troppo di un film che raccomando di vedere anche se il cinema italiano contemporaneo e i veneti (non è il mio caso) vi stanno antipatici. Chiudo con il mio scambio preferito, buttato così, con leggerezza, rispetto ad altre sequenze dettate dalla paura di non far arrivare il messaggio:

”Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate?”

”Mona”

”Ma…è il segreto del mondo-mondo o del vostro mondo?”

”Che differenza c’è?”

città di pianura inquadratura Venezia