Due spicci di riflessione

Avrei voluto fare una recensione tranquilla, come le altre, di Due Spicci, terza e probabile ultima stagione delle avventure animate di Zerocalcare. Avrei voluto approfondire la trama, le tematiche (le stesse di Macerie Prime e Scheletri), la regia e le animazioni di un prodotto, comunque, sopra la media nazionale. Qualcosa di cui, comunque, dovremmo andare fieri di esportare. Farò anche quello. Ma la mia pigrizia ha permesso che, tra la mia visione e l’elaborazione di questo testo, sia scoppiato un caso intorno alla produzione di queste serie. Da ex addetta al settore artistico mi sento chiamata in causa a spiegare la questione e l’utilizzo dei comunque.

E dunque.
Due spicci allarga e chiude il discorso intorno ai millennials, alla loro incapacità di diventare adulti, ai legami che si fanno sempre più deboli con il passare degli anni ma restano l’unica protezione contro un mondo sempre più cinico e spietato. Qui si parla di mafia, di debiti economici e affettivi, ma soprattutto di amore in tutte le accezioni del termine. Ho apprezzato in particolare gli escursus sulla violenza domestica che non conosce genere e la figura di Montini.
Due spicci ha una storia più intima di Questo Mondo non mi renderà cattivo, piena di pipponi autoreferenziali, quindi sarà apprezzata da chi non condivide le idee politiche dell’autore. Preferisco lo Zerocalcare giornalista di inchiesta all’esploratore delle botole emotive, ma ammetto che pochi in Italia riescono a raccontare il disagio relazionale con la sua disarmante ironia e semplicità. Ho apprezzato la scrittura di questa stagione meno delle precedenti, a tratti castrate dal minutaggio, ma meno piegate alla volontà di raccontare un solido intreccio. Per poi cadere in fortuite coincidenze e sottotrame che si incontrano intorno al cattivo principale come un manga thriller di Urasawa. Ho altresì mal sofferto la reiterazione, in ciascuno degli otto episodi, di un momento muto musicale, nonostante l’ottima playlist e animazioni di accompagnamento. Anche la regia riserva chicche e sperimentazioni che strizzano l’occhio alla vecchia Gainax e allo studio Shaft.

Ma da giorni non è la qualità di “Due spicci” ad interessare.
Non si fa che parlare delle confessioni anonime sulle condizioni degli animatori che hanno lavorato alla serie, pubblicare in fugaci storie sulla pagina Un!ta. Finte partite iva sotto i 1300 euro lordi al mese, compensi a cottimo e non ad orario, turni massacranti anche durante i weekend. Proteste che fanno più rumore perché vengono da parte di dipendenti di un autore con un seguito colossale, ma soprattutto schierato a favore degli emarginati e dei deboli, che spesso (anche in questa serie) evidenzia l’impossibilità dei più giovani a raggiungere l’autonomia economica.
Prima di lasciare parlare accusatori e imputato tre note dalla sottoscritta, che non ha nessun rapporto con la produzione di questa serie, ma nell’ambiente ci ha bazzicato un po’.
- Primo punto: Zerocalcare è creditato regista, sceneggiatore, autore e produttore esecutivo di due spicci. Questa ultima mansione nel settore artistico vuol dire tutto e niente. Probabilmente Zero non ha avuto alcuna voce in capitolo nelle modalità di assunzione e messa in regola del personale. Stan Lee era produttore esecutivo dei cinecomic Marvel, ma si limitava a firmare le locandine e fare i suoi camei nel film.
- Secondo punto: Zerocalcare è una voce influente e volendo scomoda, ma non è un Dio, non è un sindacalista, e non è un politico. Non può cambiare un sistema che si regge traballante da anni in queste modalità. Non può redarre leggi per arginare il sistema delle false partite Iva (che in Italia riguarda non solo l’animazione, ma quasi tutti gli ordini professionali) e garantire previdenza e salario minimo ai lavoratori a progetto. Il problema esiste, ma è endemico. E a dire il vero non esiste solo in Italia.
- Terzo punto, dato che in due spicci si parla di responsabilità, prima di ergerci a giudici dovremmo tutti rivelare lo scheletro nell’armadio. Il nostro benessere è in parte dovuto allo sfruttamento di ceti più fragili e/o con la predisposizione al martirio. Dal latte che viene pagato cinquanta centesimi al litro all’azienda produttrice, alla cassa di pomodori comprata sul sangue di braccianti lasciati a morire sotto il sole, al gas estratto dalle macerie di una guerra. Allo stesso modo non è giusto che il fumettista lavori due tre anni a un libro per qualche migliaio di euro IN TOTALE più spiccioli di diritti, ammesso che venga pagato. Non è giusto dover fare due, tre lavori contemporaneamente per non invecchiare a casa di genitore uno e due. Non è giusto vivere con l’ansia del bonifico che non arriva perché l’editore si è scordato e delle tasse esorbitanti da anticipare due, tre volte l’anno perché si è voluto investire il proprio talento artistico in un mestiere. E questi sono problemi che esistono principalmente in Italia, dove un sindacato delle arti applicate non è mai stato avviato.
un giorno, che non è né oggi né dopodomani, questa nostra miopia ci presenterà il conto. Dovremo scegliere se ridefinire al rialzo il nostro stile di vita, in qualità di consumatori e spettatori di materiale audiovisivo, oppure rinunciare per sempre all’opera di ingegno umano, lasciare ammuffire quel che stato in qualche database insieme a chi si è speso per l’arte. Sono convinta che se fosse già performante il prompt “disegnami un finale plausibile di Berserk nello stile di Kentaro Miura” o “genera un’altra stagione delle avventure dell’armadillo” taluni si fionderebbero ad usarlo, in barba a questioni etiche e economiche. Ma non voglio pensare che ci ridurremo tutti allo stato brado, non arriveremo al grado zero dell’arte.

Chiudo il mio monologo complottista allegando la testimonianza di chi in Doghead e Moviementi Production ci ha lavorato o ci lavora tutt’ora e l’intervento di Zerocalcare.


