locandina del film le città di pianura

Sono toscana ma per citare vecchi adagi “ho tanti amici veneti” e ho visitato spesso la regione del Leone alato, per dovere o per piacere. Ho un’idea di quelle vaghe lande nebbiose che per quanto vicina al reale non potrà mai corrispondere a quella di chi li vive ogni giorno da sempre o da molto tempo.

Francesco Sossai è un “giovane” (per i nostri standard) regista di 37 anni, alla sua seconda prova per un lungometraggio, la prima con distribuzione cinematografica. Sossai è nato e cresciuto a Sedico, in provincia di Belluno, e ha fatto sua la prima regola di sceneggiatura:parla di ciò che conosci. Questo “Le città di pianura” è a tutti gli effetti uno sgangherato (ma girato con mestiere e cultura,  numerosi gli omaggi al cinema di Dario Argento, Dino Risi, Monicelli, Allen) road movie ambientato tra Venezia e Mestre e che descrive birrerie, locali, bacari, alla ricerca dell’ultima (bevuta) che alimenti la nostalgia.

Carlobianchi e Doriano sono due pensionati che vivono alla giornata e si stanno recando in aeroporto a recuperare un loro vecchio amico, fuggito in Argentina prima della crisi del 2008.  Nel corso dell’eterna nottata, tra una sbandata in autostrada e una vomitata, incroceranno Giulio, ventenne laureando in Architettura, maschio performativo che rincorre il futuro (“non c’è mai un’altra volta”) e deve superare una delusione d’amore. Preso in simpatia dai due scapestrati, il ragazzo verrà “rapito” e deresponsabilizzato di tappa in tappa, perché se Doriano e Carlobianchi sono “troppo vecchi per crescere”, Giulio è troppo giovane per vivere solo sui libri. 

donato carlobianchi giulio

“Le città di pianura” è pure una storia di formazione: due generazioni si incontrano e imparano l’una dall’altra attraverso lo stratagemma del viaggio. Eppure sarebbe una definizione vera e limitante quanto la precedente. Questo è un film piccolo e intimo come non se ne facevano più in Italia da decenni, che parla del territorio senza risultare limitato o provinciale.

“Non rimarrà nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare” dirà uno dei protagonisti ad inizio film. Lo si capisce in quelle distese di nulla raccontate in eleganti piani sequenza, nei posti del cuore chiusi o riadattati, nel palazzo settecentesco che sta proprio in mezzo al cantiere. C’è una rassegnazione alcolica in queste notti di bevute, il rimpianto per un mondo dove tutti stavano meglio e si volevano più bene. Nel caos di oggi si può pur sempre incappare in un giovane di belle speranze che ha solo bisogno di una raddrizzata, conversare di economia e capitale di fronte ad un salame, visitare il memoriale Brion. Cosa abbiamo oltre ai bei ricordi? La possibilità di vivere e crearne altri.

Non voglio rivelare troppo di un film che raccomando di vedere anche se il cinema italiano contemporaneo e i veneti (non è il mio caso) vi stanno antipatici. Chiudo con il mio scambio preferito, buttato così, con leggerezza, rispetto ad altre sequenze dettate dalla paura di non far arrivare il messaggio:

”Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate?”

”Mona”

”Ma…è il segreto del mondo-mondo o del vostro mondo?”

”Che differenza c’è?”

città di pianura inquadratura Venezia

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