Avrei voluto fare una recensione tranquilla, come le altre, di Due Spicci, terza e probabile ultima stagione delle avventure animate di Zerocalcare. Avrei voluto approfondire la trama, le tematiche (le stesse di Macerie Prime e Scheletri), la regia e le animazioni di un prodotto, comunque, sopra la media nazionale. Qualcosa di cui, comunque, dovremmo andare fieri di esportare. Farò anche quello. Ma la mia pigrizia ha permesso che, tra la mia visione e l’elaborazione di questo testo, sia scoppiato un caso intorno alla produzione di queste serie. Da ex addetta al settore artistico mi sento chiamata in causa a spiegare la questione e l’utilizzo dei comunque.
E dunque.
Due spicci allarga e chiude il discorso intorno ai millennials, alla loro incapacità di diventare adulti, ai legami che si fanno sempre più deboli con il passare degli anni ma restano l’unica protezione contro un mondo sempre più cinico e spietato. Qui si parla di mafia, di debiti economici e affettivi, ma soprattutto di amore in tutte le accezioni del termine. Ho apprezzato in particolare gli escursus sulla violenza domestica che non conosce genere e la figura di Montini.
Due spicci ha una storia più intima di Questo Mondo non mi renderà cattivo, piena di pipponi autoreferenziali, quindi sarà apprezzata da chi non condivide le idee politiche dell’autore. Preferisco lo Zerocalcare giornalista di inchiesta all’esploratore delle botole emotive, ma ammetto che pochi in Italia riescono a raccontare il disagio relazionale con la sua disarmante ironia e semplicità. Ho apprezzato la scrittura di questa stagione meno delle precedenti, a tratti castrate dal minutaggio, ma meno piegate alla volontà di raccontare un solido intreccio. Per poi cadere in fortuite coincidenze e sottotrame che si incontrano intorno al cattivo principale come un manga thriller di Urasawa. Ho altresì mal sofferto la reiterazione, in ciascuno degli otto episodi, di un momento muto musicale, nonostante l’ottima playlist e animazioni di accompagnamento. Anche la regia riserva chicche e sperimentazioni che strizzano l’occhio alla vecchia Gainax e allo studio Shaft.
Ma da giorni non è la qualità di “Due spicci” ad interessare.
Non si fa che parlare delle confessioni anonime sulle condizioni degli animatori che hanno lavorato alla serie, pubblicare in fugaci storie sulla pagina Un!ta. Finte partite iva sotto i 1300 euro lordi al mese, compensi a cottimo e non ad orario, turni massacranti anche durante i weekend. Proteste che fanno più rumore perché vengono da parte di dipendenti di un autore con un seguito colossale, ma soprattutto schierato a favore degli emarginati e dei deboli, che spesso (anche in questa serie) evidenzia l’impossibilità dei più giovani a raggiungere l’autonomia economica.
Prima di lasciare parlare accusatori e imputato tre note dalla sottoscritta, che non ha nessun rapporto con la produzione di questa serie, ma nell’ambiente ci ha bazzicato un po’.
Primo punto: Zerocalcare è creditato regista, sceneggiatore, autore e produttore esecutivo di due spicci. Questa ultima mansione nel settore artistico vuol dire tutto e niente. Probabilmente Zero non ha avuto alcuna voce in capitolo nelle modalità di assunzione e messa in regola del personale. Stan Lee era produttore esecutivo dei cinecomic Marvel, ma si limitava a firmare le locandine e fare i suoi camei nel film.
Secondo punto: Zerocalcare è una voce influente e volendo scomoda, ma non è un Dio, non è un sindacalista, e non è un politico. Non può cambiare un sistema che si regge traballante da anni in queste modalità. Non può redarre leggi per arginare il sistema delle false partite Iva (che in Italia riguarda non solo l’animazione, ma quasi tutti gli ordini professionali) e garantire previdenza e salario minimo ai lavoratori a progetto. Il problema esiste, ma è endemico. E a dire il vero non esiste solo in Italia.
Terzo punto, dato che in due spicci si parla di responsabilità, prima di ergerci a giudici dovremmo tutti rivelare lo scheletro nell’armadio. Il nostro benessere è in parte dovuto allo sfruttamento di ceti più fragili e/o con la predisposizione al martirio. Dal latte che viene pagato cinquanta centesimi al litro all’azienda produttrice, alla cassa di pomodori comprata sul sangue di braccianti lasciati a morire sotto il sole, al gas estratto dalle macerie di una guerra. Allo stesso modo non è giusto che il fumettista lavori due tre anni a un libro per qualche migliaio di euro IN TOTALE più spiccioli di diritti, ammesso che venga pagato. Non è giusto dover fare due, tre lavori contemporaneamente per non invecchiare a casa di genitore uno e due. Non è giusto vivere con l’ansia del bonifico che non arriva perché l’editore si è scordato e delle tasse esorbitanti da anticipare due, tre volte l’anno perché si è voluto investire il proprio talento artistico in un mestiere. E questi sono problemi che esistono principalmente in Italia, dove un sindacato delle arti applicate non è mai stato avviato.
un giorno, che non è né oggi né dopodomani, questa nostra miopia ci presenterà il conto. Dovremo scegliere se ridefinire al rialzo il nostro stile di vita, in qualità di consumatori e spettatori di materiale audiovisivo, oppure rinunciare per sempre all’opera di ingegno umano, lasciare ammuffire quel che stato in qualche database insieme a chi si è speso per l’arte. Sono convinta che se fosse già performante il prompt “disegnami un finale plausibile di Berserk nello stile di Kentaro Miura” o “genera un’altra stagione delle avventure dell’armadillo” taluni si fionderebbero ad usarlo, in barba a questioni etiche e economiche. Ma non voglio pensare che ci ridurremo tutti allo stato brado, non arriveremo al grado zero dell’arte.
Chiudo il mio monologo complottista allegando la testimonianza di chi in Doghead e Moviementi Production ci ha lavorato o ci lavora tutt’ora e l’intervento di Zerocalcare.
Il diciannove maggio del 2019 è stato un un punto di svolta nella serialità televisiva. Dopo otto anni di riprese e otto stagioni, la serie dark fantasy Game of Thrones era finalmente giunta a conclusione. Chi c’era, come la sottoscritta, ricorderà quel che è successo subito dopo la trasmissione del tanto agognato ultimo episodio. I fan non erano rimasti cocentemente delusi dalla chiusura e fecero precipitare la percentuale di gradimento della serie sul portale Rotten Tomatoes dal 93 al 30%. Peggio ancora, il finale fece rivalutare in negativo l’esperienza complessiva della serie, condannando alla damnatio memoriae chiunque fosse coinvolto nel progetto e l’esistenza stessa di Westeros negli anni successivi. La maledizione cessò solo con la trasmissione delle due serie spin-off House of the dragon (2022) e A Knight of the Seven Kingdoms (2026)
Daenerys esprime perplessità per come si è concluso il suo arco narrativo
Ma il ricordo di quel fallimento non è mai andato perduto. Si attende ancora con timore la conclusione di una serie storica, con il timore di un finale “a la Game of Thrones”. Tre esempi degli anni successivi noti a tutti: Shingeki no Kyojin, Stranger Things, The Boys. Tre serie mainstream che hanno avuto un finale non all’altezza delle aspettative , stroncati in tempo zero da quella che si definisce critica “di settore”. Due di questi hanno provocato un’insoddisfazione tale da generare la produzione di scenari alternativi, fan-Made. In uno il protagonista si rivelava un po’ meno idiota, nell’altro l’antagonista principale vinceva. La motivazione sempre la stessa, correggere un torto commesso ai danni della propria opera preferita o alla propria persona. Eppure non è sempre stato così.
Il caso Twin Peaks
I meno giovani ricorderanno come il successo mondiale di Twin Peaks, serie mistery co-scritta da Mark Frost e David Lynch negli anni ‘90, fu anche la causa della sua rovina. L’isteria degli spettatori costrinse gli autori a rivelare l’assassino di Laura Palmer ben prima di quanto preventivato, a metà della seconda stagione. Spogliata di uno dei pilastri della tensione narrativa, la trama iniziò a incartarsi su linee secondarie e relazioni amorose di dubbia importanza, fino a diventare una soap opera qualunque. David Lynch, infuriato per la decisione presa dall’emittente, abbandonò la regia dei restanti episodi fatta eccezione per il season finale, che fece riscrivere da zero “alla sua maniera”.
Nell’episodio 29 di Twin Peaks , chiamato “Beyond Life of Death” e trasmesso il 10 giugno 1991, torna in grande auge la componente esoterica e psicologica e viene devastato lo status quo. Frost e Lynch dichiararono in un’intervista anni dopo che infilarono piùcliffhanger possibili nella speranza di ottenere il rinnovo per una terza, conclusiva stagione. Rinnovo che la rete ABC non concederà mai. In compenso, il pubblico si chiederà per più di venticinque anni come sta Annie. L’ultima inquadratura resterà impressa nelle menti degli spettatori e genererà citazioni a non finire, eppure…
Quando ha detto che ci saremo rivisti tra 25 anni non stava scherzando
…eppure fu quel finale, che non risolveva niente e spiegava ancor meno, un epilogo per cui Youtuber oggi avrebbero scritto titoli polemici e indossato canottiere nere, a far elevare a cult l’intera serie. Forse è stata la speranza di vedere un seguito, forse è stata la cinematografia impattante, forse gli spettatori dell’epoca erano educati a elucubrare sulle domande piuttosto che criticare le risposte. Fatto sta che il fandom ne uscì ancora più compatto e unito e nessuno, che io sappia, si azzardò a produrre letteratura alternativa, neanche con la proiezione del film prequel Fire walk with me, neanche dopo il 2017, anno di uscita su Showtime di Twin Peaks: The Return.
Non che il finale della terza stagione…
Il caso Harry Potter
La storia del mago più famoso del mondo, raccontata in sette libri tra il 1997 e il 2007 e otto film dal 2001 al 2011, è arcinota. Mi riservo pertanto il diritto di spoilerare la sua conclusione. Il finale di Harry Potter è, all’apparenza, perfetto: Voldemort viene sconfitto, Hogwarts è salva, il sistema politico dei maghi inglesi restaurato. I nostri eroi si sono vendicati, hanno elaborato i loro traumi, sono diventati adulti. È un finale rassicurante, che chiude qualsiasi buco di trama e dà il contentino a tutti. Il finale che qualsiasi autore troppo innamorato dei suoi personaggi scriverebbe. È piacione, per questo nessuno lo critica, per questo funziona. Ma non è solo questo a decretarne il successo all’unanimità, a parer mio.
In verità anche noi lettori ( mi riferisco alla mia generazione, i Millennials) siamo cresciuti di pari passo a Harry, Ron. Hermione, ci siamo sentiti parte della loro avventura, abbiamo tifato e desiderato il meglio per loro. Ci sono state delle perdite dolorose in questo conflitto, sì, ma quasi tutte pedine vecchie, volontarie o sacrificabili. Come quando ti muore il nonno o il cane: è brutto, ma sono lutti che si razionalizzano e superano più in fretta di altri. L’autrice J.k. Rowling non si è azzardata di uccidere la signora Weasley o trasformare Neville Paciock in un Mangiamorte. Non perché non aveva senso; perché avrebbe avrebbe rischiato di perdere il coinvolgimento del lettore.
The Cursed Child è uno spettacolo scritto fuori tempo massimo che fa pesanti retcon della storia originale, quindi non lo prenderò in considerazione
Potremmo fare lo stesso discorso per tanti film Disney di cui critichiamo il “vissero per sempre felici e contenti”. Harry Potter ci indigna meno perché è presente il fattore generazionale: il fatto che sia durato quasi dieci anni lo rende un tassello importante della nostra vita. Criticare il finale di Harry Potter sarebbe un po’ come giudicare noi stessi e il nostro (sacrosanto, per carità!) bisogno di finali dove tutto va al suo posto e la giustizia trionfa.
Il mio caso
Sono caduta anche io in questa trappola emotiva, lo ammetto. Prima dell’uscita di Kingdom Hearts III nel 2019 ero una delle fan più accanite della saga. Ho giocato tutti i titoli localizzati in inglese all’uscita (chi sa capisce l’abnegazione), seguito video di analisi, siti di notizie, mi sono iscritta a forum dove si giocava di ruolo nei panni di un Keyblade Master. Kairi è stato il mio nickname e avatar nell’etere per anni! Eppure dopo aver giocato il terzo capitolo mi sono disamorata completamente. Il gameplay era stenterello, il gioco era stato in sviluppo per sei anni e tradiva la promessa di raccontare il conflitto finale, ma non erano ragioni sufficienti per il mio scollamento.
Sora quando ha scoperto che la sua avventura non si sarebbe conclusa NEANCHE STAVOLTA
La verità era che quando è uscito il primo kingdom Hearts su PlayStation 2, nel 2002, io avevo tredici anni. Quando è uscito il terzo e sono riuscita a giocarlo ne avevo quasi il triplo. Quelle ingenuità e frasi urlate sul potere dell’amicizia ci sono sempre state, ma io ero cresciuta più dell’autore di quei dialoghi, probabilmente. Non ero più il pubblico di quel tipo di storia. Allo scorrere dei titoli di coda mi sono indignata e arrabbiata, con il passare del tempo ho elaborato il lutto, com’è giusto che sia.
Perché non sappiamo più apprezzare il finale?
Vengo al cuore di questo lungo articolo. Alcuni degli epiloghi sopracitati sono mal sceneggiati o inconcludenti, tradiscono le quattro regole di un buon finale: ricordare le premesse, creare un’evoluzione nel mondo esteriore o interiore del protagonista, sorprendere lo spettatore, rispettare il genere di appartenenza.
Ma un finale non deve essere perfetto, deve essere memorabile, e non c’è miglior gancio alla memoria individuale di una forte emozione, come ci ha spiegato la neuroscienza. Quindi un finale spiazzante, iper drammatico, esilarante, perchè no? Che fa arrabbiare per la sua stupidità sarà indispensabile a rendere l’opera di fiction un vero e proprio classico. Al resto penserà il passaparola. E qui passiamo alla seconda condizione necessaria per scatenare l’indignazione popolare, un ingrediente che ai tempi della seconda stagione di Twin Peaks stava appena germogliando: la polarizzazione del consenso.
Con l’avvento di internet ognuno, da qualsiasi parte del mondo e con qualsiasi competenza, al costo della propria connessione e dei dati personali, ha potuto esprimere un’opinione. Quella opinione diventa in un istante di pubblico dominio. Nascono i primi blog di appassionati di uno specifico titolo, poi i forum, YouTube, infine i social network. Persone diventano da nessuno a delle vere autorità in materia, con a loro volta uno stuolo di appassionati/abbonati che prendono per oro colato la loro verità. Il sistema dell’algoritmo , che rende visibili nel proprio feed i contenuti rinforzanti , polemici e aggressivi a scapito di tesi esposte in maniera più neutra, non fa che acuire il problema, influenzando perfino la comunicazione, l’informazione, la politica.
la realtà ha già superato la fantasia
Ecco quindi che appena qualcosa finisce, scatta la corsa virtuale a etichettarla capolavoro o merda, minimizzando o accentuando i difetti sulla base del gusto personale. Le storie discrete, banali, semplici hanno smesso di esistere. Persistono i dibattiti accesi a suon di commenti, fino a sfociare nell’attacco personale allo spettatore che si identifica nell’opera di ingegno altrui. Confronti che aumentano il numero di iterazioni sotto una recensione o una clip, pertanto aumentano il valore economico della stessa.
Polarizzazione, dinamiche identitarie, camere dell’eco sono dinamiche osservate in ogni forma di comunità da quando esiste la sociologia che i CEO di tiktok, google, etc. hanno sfruttato per capitalizzare sui loro User. è un gioco al massacro a cui è inevitabile partecipare se si è provvisti di una connessione domestica e di un dispositivo con schermo, ma che si può vincere conoscendo le regole
Ha un pessimo finale, e quindi?
Non è corretto dire che ci sono più finali di merda rispetto a una volta: ci siamo fatti noi più esigenti e suscettibili. Non è facile scrivere un epilogo che sia coerente e rispettoso delle intenzioni dell’autore, che non lasci buchi o irrisolti, eppure non banale, non prevedibile, capace di provocare una forte reazione emotiva nello spettatore. Possibilmente senza offendere nessuna minoranza etnica sociale e sessuale e dando catarsi a tutti i personaggi principali. A me, personalmente, viene in mente come esempio di serie che rispetta tutti i requisiti solo i Soprano (chi l’ha visto dirà Breaking Bad). Gli altri sono finali perfettibili e al minimo deludenti, che non meritano l’accanimento o una seconda inquisizione. Si tratta di personaggi, storie, mondi che non esistono, a differenza dello schifo che ci accade intorno ogni giorno.
Dovremmo ricordarci che nella vita come nella fiction a contare veramente è il percorso fatto per raggiungere un risultato, distinguendo l’esperienza dalla performance. Che le imprese sono piene di errori, di tradimenti della fiducia, di tradimenti. E se la mia serie preferita ha avuto un crollo nelle ultime stagioni/volumi o non vedrà mai una conclusione perché l’autore è morto/indisposto, è sacrosanto criticarla, rimanerci male, dopodichè… pazienza. È stato bello finchè è durato. Se you, space cowboy.
Sono toscana ma per citare vecchi adagi “ho tanti amici veneti” e ho visitato spesso la regione del Leone alato, per dovere o per piacere. Ho un’idea di quelle vaghe lande nebbiose che per quanto vicina al reale non potrà mai corrispondere a quella di chi li vive ogni giorno da sempre o da molto tempo.
Francesco Sossai è un “giovane” (per i nostri standard) regista di 37 anni, alla sua seconda prova per un lungometraggio, la prima con distribuzione cinematografica. Sossai è nato e cresciuto a Sedico, in provincia di Belluno, e ha fatto sua la prima regola di sceneggiatura:parla di ciò che conosci. Questo “Le città di pianura” è a tutti gli effetti uno sgangherato (ma girato con mestiere e cultura, numerosi gli omaggi al cinema di Dario Argento, Dino Risi, Monicelli, Allen) road movie ambientato tra Venezia e Mestre e che descrive birrerie, locali, bacari, alla ricerca dell’ultima (bevuta) che alimenti la nostalgia.
Carlobianchi e Doriano sono due pensionati che vivono alla giornata e si stanno recando in aeroporto a recuperare un loro vecchio amico, fuggito in Argentina prima della crisi del 2008. Nel corso dell’eterna nottata, tra una sbandata in autostrada e una vomitata, incroceranno Giulio, ventenne laureando in Architettura, maschio performativo che rincorre il futuro (“non c’è mai un’altra volta”) e deve superare una delusione d’amore. Preso in simpatia dai due scapestrati, il ragazzo verrà “rapito” e deresponsabilizzato di tappa in tappa, perché se Doriano e Carlobianchi sono “troppo vecchi per crescere”, Giulio è troppo giovane per vivere solo sui libri.
“Le città di pianura” è pure una storia di formazione: due generazioni si incontrano e imparano l’una dall’altra attraverso lo stratagemma del viaggio. Eppure sarebbe una definizione vera e limitante quanto la precedente. Questo è un film piccolo e intimo come non se ne facevano più in Italia da decenni, che parla del territorio senza risultare limitato o provinciale.
“Non rimarrà nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare” dirà uno dei protagonisti ad inizio film. Lo si capisce in quelle distese di nulla raccontate in eleganti piani sequenza, nei posti del cuore chiusi o riadattati, nel palazzo settecentesco che sta proprio in mezzo al cantiere. C’è una rassegnazione alcolica in queste notti di bevute, il rimpianto per un mondo dove tutti stavano meglio e si volevano più bene. Nel caos di oggi si può pur sempre incappare in un giovane di belle speranze che ha solo bisogno di una raddrizzata, conversare di economia e capitale di fronte ad un salame, visitare il memoriale Brion. Cosa abbiamo oltre ai bei ricordi? La possibilità di vivere e crearne altri.
Non voglio rivelare troppo di un film che raccomando di vedere anche se il cinema italiano contemporaneo e i veneti (non è il mio caso) vi stanno antipatici. Chiudo con il mio scambio preferito, buttato così, con leggerezza, rispetto ad altre sequenze dettate dalla paura di non far arrivare il messaggio:
”Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate?”
”Mona”
”Ma…è il segreto del mondo-mondo o del vostro mondo?”
Potrei scrivere che sono andata a vedere questo film perché fan di Christopher Nolan, nume e vate di noi esperti di cinema vero. Potrei invece scrivere che volevo conoscere J. Robert Oppenheimer, inventore (uno dei) della bomba atomica, e di come abbia superato lo shock di essere stato complice della più vile strage nella storia dell’umanità. Purtroppo l’onestà è il mio peggior pregio: il vero motivo è che visto Barbie, sentivo la pressione social-democratica di recuperare l’altra metà del tormentone “Barbienheimer”.
Avrei voluto apprezzare “Oppenheimer” e dimostrare che è possibile vestirsi di rosa un giorno e portare la fedora il successivo. La cinematografia non è una gara tra chi fa il film più intellettuale e quello più furbo, commerciale e autoriale possono coesistere serenamente. Ci ho provato, ma di fronte all’ennesima sequenza più sensazionale che significativa le buone intenzioni si sono vaporizzate come un giapponese a Nagasaki.
“Oppenheimer” è un’opera dalla tecnica eccelsa e su questo non ci piove. Insegnanti di cinema spiegheranno il montaggio serrato tra i tre diversi piani temporali, il mix audio, la fotografia in bianco e nero formato IMAX (è scritto sulla locandina, è giusto ribadirlo). Nolan ha preso il meglio di Durkirk, Memento, Interstellar, la trilogia di Batman e lo ha assemblato senza farlo sembrare un mostro di Frankenstein. I fan ne saranno giustamente entusiasti. Io ho visto quasi tutto della filmografia del regista e quel che ho visto mi è piaciuto il giusto. Continuo a trovare il suo cinema fortemente carente sul piano della comunicazione emotiva.
Nessun fotogramma di “Oppenheimer” mi ha provocato un pianto, una risata, uno scatto d’ira. Posso contare solo una vaga nausea verso il finale, dovuta piuttosto alle dichiarazioni fedeli di certi politicanti. “Oppenheimer” è un film girato in maniera perfetta, quindi asettica. Il protagonista, che in vita ha cercato risposte ai propri dilemmi morali nella lettura del Bhadavad-Gita, ed era un uomo che sapeva conciliare passione per la scienza e fede, nel film viene ridotto al cliché del genio tanto impegnato con la sua testa (perciò l’abuso di primissimi piani e simmetrie contro-natura) da non sentire i bisogni di chi lo circonda.
Il progetto Manhattan è stata una cooperazione epocale tra le più grandi menti del loro tempo e nella visione del regista diventa un raduno tra nerd in una fiera del fumetto. Le scene di sesso sono scarse e per niente sentite dagli attori. La stessa detonazione di prova , che in un altro film avrebbe costituito il climax, è anticipata ossessivamente al punto che quando avviene è già ora di andare oltre. Questo oltre, che per grazia delle sale nessun trailer ha spoilerato, è un’ora abbondante di persone che si urlano addosso dentro una stanzetta per dimostrare di essere più intelligenti e meno comunisti degli altri. Succede su internet dai tempi dei forum, a ben pensarci.
Il genere biografico, privo di enigmi e di intrecci da sbrogliare, mette ancora più in luce il lato debole delle sceneggiature nolaniane: i dialoghi. In “Oppenheimer” questi sono artificiosi e didascalici anche quando non portano avanti infiniti dibattiti scientifici o procedurali. Trascrivo il primo esempio che trovo:
Vannevar Bush: Sei un grande improvvisatore ma questo non può restare nella tua testa. Robert Oppenheimer: Immaginiamo un futuro e immaginarlo ci inorridisce. Ward Evans: La guerra mondiale finirebbe. I ragazzi tornerebbero. Robert Oppenheimer: Ci sarà qualcuno mai che dirà la verità su quello che succede qui?
Matt Damon e Robert Downey Jr. riescono nell’impresa di infondere naturalezza alle proprie battute, altri non hanno abbastanza talento o carisma.
Insomma “Oppenheimer” è il miglior film di Nolan sinora e quindi il più freddo, il meno impegnato. Il regista avrebbe potuto intervenire sul conflitto tra ego e natura quanto mai attuale. Invece ha preferito la spettacolarizzare il processo fisico e banalizzazione una figura storica che non era solo un brillante scienziato e un gran seduttore.
Mi permetto di chiudere questa analisi con un’osservazione tagliente. Ho visto i più avvelenati critici di “Barbie” elogiare con altrettanto zelo “Oppenheimer”; dopo aver visto come vengono rappresentati uomini e donne in ambo i film non sono più stupita del tono delle loro, chiamiamole se volete, recensioni.
Premessa autobiografica: ho sempre schifato Barbie, il giocattolo. Lo trovavo brutto, noioso, poco snodato, poco “giocabile”, troppo biondo, sorridente, rosa. Mi arrabbiavo quando da bambina mi regalavano Barbie al posto di macchinine, pistole, Action Man. Quindi mi vendicavo su di loro, torturandole: sono stata una delle proprietarie di “Barbie stramba“. Tra questo, la massiccia campagna promozionale che gli si è fatta intorno e la palese operazione dipinkwashingvolta a conquistare le nuove generazioni, più interessate a perseguire battaglie social che a pettinare -e soprattutto comprare- bambole, avevo tutte le ragioni del mondo per odiare questo film.
Invece, salvo una chiusura frettolosa e il didascalismo da prodotto di intrattenimento americano (drinking game: shottino ogni volta che citano la parola “patriarcato”) “Barbie” mi è piaciuto molto.
Iniziamo dalle note positive: “Barbie” fa ridere di gusto e in maniera intelligente per gran parte della sua durata. Sia attraverso gag visive, ricche di chicche per le collezionistE più appassionate, che per le continue perle di autoironia pronunciate dai giocattoli Mattel.
Nessuno stereotipo, nessuna sovrastruttura narrativa viene risparmiato dal dileggio: brillante il momento in cui la narratrice commenta la protagonista in crisi “scusate non riesco a prendere sul serio Margot Robbie che si dà della cessa” . Perfino i vertici dell’azienda vengono rappresentati come una manica diyes men che pendono dalle labbra di un CEO imbecille (operazione simpatia calcolata al fotogramma). È tutto sopra le righe, frizzante, coloratissimo, canterino, mai scemo. Sui dialoghi e sul montaggio hanno lavorato tanto e bene, gli attori si sono divertiti un casino e si vede. Il film funziona; le due quasi ore scorrono veloci senza quasi far pesare il diffuso product placement e i problemi di scrittura del terzo atto.
Scritto ciò, Barbie riesce nella difficilissima impresa di coniugare intrattenimento e impegno, risata sguaiata e riflessione. Con Greta Gerwig alla regia era lecito aspettarsi un film “femminista”, un’ occasione per la Mattel di fare mea culpa sull’influenza negativa del suo prodotto di punta nella formazione di generazioni di ragazzine. “Barbie può essere tutto quello che vuole ” è lo slogan della bambola (non proprio vero, sto ancora aspettando “Barbie serial killer” e “Barbie Onlyfans”*) finché si mostra giovane, bella, perfetta e vincente. Ken…Ken è il fidanzato di Barbie, come molte donne sono semplicemente le fidanzate/mogli di uomini importanti.
Contrariamente al giudizio di molti influencer bianchi, cis, etero e permalosi, il conflitto di genere si mantiene per gran parte del film equilibrato. Anche i maschi soffrono di inadeguatezza sociale (un nome: Alan) anche le femmine si comportano da cretine e/o stronze. La differenza è che noi siamo abituate da mezzo secolo ad essere raccontate e “inscatolate” in una certa maniera, mentre l’ ego di certi è ancora troppo fragile per accettare che se ne faccia satira. Il film stesso suggerisce in più punti a chi ha occhi non offuscati che il femminismo militante di “Freeda” e il machismo esasperato del “cowboy” sono due manifestazioni dello stesso problema: la guerra dei sessi non avrà fine finchè saranno popolari.
Poi arriva il lungo monologo/letterina di Gloria che senza alcuna recalcitranza fa cadere il piatto della bilancia dalla parte della sofferenza femminile. Seguono scivolatine di scrittura che non affossano, ma fanno perdere al film eleganza e leggerezza. Perché a Hollywood le cose vanno spiegate per benino anche quando si fa il film d’autore e se si vogliono inserire sequenze oniriche meglio copiare dai migliori. Un po’ Pinocchio, un po’ Kubrick, parecchio Evangelion, il finale racconta che rifiutare le etichette suggerite dalla società, anche quando convenienti, permette la crescita. L’imperfezione nasconde un oceano di possibilità e non si può amare il prossimo senza prima comprendere se stessi. Tuttavia, potendo scegliere, è meglio maturare nella carne di Margot Robbie che in quella di un adolescente giapponese bruttarello.
*prima Mattel deve mettere in commercio Barbie Depressione Esistenzialista e Chadden Aspirante Cavallerizzo, il mondo ne ha bisogno.
In quarta elementare, dacchè mi consideravo una bambina grande e vaccinata che aveva capito tutto dell’amore, in risposta al primo di molti rifiuti scrissi sul mio diario una filastrocca che faceva più o meno così:
San Valentino
la festa di ogni cretino
che crede di essere amato
e invece rimane fregato
sebbene quella piccola cinica sia stata messa a bada di recente, ben comprendo la sofferenza di chi deve trascorrere oggi soli nella propria cameretta senza poter aprire i social, pena l’invasione di reel con coppiette felici e stucchevoli dichiarazioni romantiche. A loro voglio dedicare dieci film (+1) che fingono di raccontare quanto è bello innamorarsi, ma al termine della loro visione fanno ringraziare di essere single anche quest’anno.
Gone with the Wind (1939) – l’amore vero è un tira e molla infinito
Lungi da me screditare uno dei pochi colossal del cinema americano degno di questo titolo, affresco sontuoso di un pezzo di storia importante. Ma se devo valutarea storia d’amore in Via col Vento è un vero disastro.
Rossella O’ Hara (Scarlett in lingua originale) si innamora da ragazzina dell’unico coetaneo che la rifiuta, tale Ashley Wilkers. Non se ne farà mai una ragione. Sposa per ripicca e per interesse il fratello Charles, che morirà poco dopo di rosolia. Durante un ballo di beneficienza (mentre è vestita ancora a lutto!) Rossella ritrova Rhett Butler, ex soldato, adesso trafficante per conto dei sudisti, sempre troppo povero per poter avere la sua mano. Anni dopo la fine della guerra di secessione la donna accetterà di sposare il vecchio ma ricchissimo Kennedy, con cui avvierà un’ impresa commerciale di successo fino alla morte di lui. La terza volta Rhett è diventato abbastanza facoltoso da convincere Rossella a sposarlo e farci una figlia, Diletta. La bimba muore dopo una sfortunata caduta da cavallo; non sarà questo evento a mandare in crisi il terzo matrimonio, quanto l’attaccamento morboso e infantile di Rossella al suo primo amore Ashley.
Finalmente Rhett capisce che non sarà mai abbastanza per Rossella e la lascia al suo destino, con il suo iconico “francamente me ne infischio”, futuro motto di tutti quelli che si sono azzerbinati per amore. Il film si chiude con la donna convinta di poterlo riconquistare grazie al bel faccino, confermando di essere una … una … ho epiteti troppo poco carini per essere trascritti. Siate creativi.
Gaslight (1944) – amore non è come pensi
Se avete avuto la fortuna di imbattervi nei video di pseudo psicologi che parlano di relazioni malsane, red flag, love bombing e gaslighting, sappiate che l’ultimo termine è nato in questo film. Paula Alquist, giovane rampolla e aspirante cantante lirica, si innamora dell’elegante pianista Gregory. I due vivono una favola finché si sposano e vanno a vivere nella casa da lei ereditata a Londra. Paula inizia ad avere vuoti di memoria, i mobili si spostano da soli, le luci a gas (gaslight) si abbassano in specifici momenti della giornata. Gregory e la cameriera le dicono che non è vero, è solo stanca e devastata dai recenti lutti, la testa le gioca strani scherzi. Il mistero si infittisce fino al prevedibile colpo di scena.
Gaslight insegna che è meglio stare soli che male accompagnati. Certo, la maggior parte delle persone là fuori non è interessata ai gioielli o alla casa a Londra che non possediamo, ma perchè rischiare.
Pretty woman (1990) – i soldi non possono comprare la felicità, ma l’amore sì
Tra gli anni ’50 e tardi anni ’80 il genere della commedia romantica subisce una progressiva stagnazione. Salvo casi di autori più intellettuali le storie d’amore più rappresentate al cinema sono catene di simpatici siparietti e incomprensioni che si risolvono in fretta. Arriva Pretty Woman, rivisitazione moderna (e un po’ disonesta) della favola di Cenerentola, e diventa il film d’amore più visto, adattato e replicato della storia.
La bellissima Julia Roberts interpreta una prostituta non troppo distrutta dalla vita, capace di imboscarsi nel mondo dell’alta finanza e di conquistare il cuore del suo bellissimo e più che benestante cliente, Richard Gere. Tutte noi abbiamo prima o poi sognato il principe azzurro che ci salvasse da una vita a nostro avviso piatta e miserabile. Negli anni Novanta il fidanzato ideale indossa uno smoking e firma assegni in bianco senza battere ciglio; l’affetto, la gentilezza, il sostegno emotivo sono ottime qualità, ma i soldi aiutano a vivere meglio e a digerire un carattere, a detta di Vivian, un po’ “difficile”. Il film prova fino alla fine a convincerci che durante il contratto è nato un amore disinteressato e Vivian amerebbe Edward pure se facesse l’operaio alla Thyssen-Krupp, poi lo vede affacciata dal suo monolocale fetido a bordo di una limousine con un mazzo di dieci rose rosse in bocca e finisce l’illusione.
Nota: questo canovaccio piace così tanto che viene riproposto ogni tot anni con altri titoli, esempi 50 Shades of Grey o Anora.
Titanic (1997) – non c’è peggior rivale di un amante durato un viaggio
Mettetevi un attimo nei panni del signor Calvert. Chi, vi starete chiedendo? Io stessa ho dovuto cercare su Wikipedia il cognome dell’uomo che Rose Dawson ex-DeWitt Bukater ha sposato dopo aver perso il “suo” Jack. Un marito che le è rimasto accanto decine di anni, con cui ha procreato, e che in 190 minuti e passa di film avrà solo una menzione. La signora vuole raccontare la tragedia del Titanic che ha vissuto in prima persona quasi un secolo prima, è tutta una scusa per parlare dell’artista squattrinato che su quella nave le ha salvato la vita e rubato il cuore.
E ok, certi amori sono così intensi nella memoria proprio perchè giovani e interrotti da cause di forza maggiore (una porta non sufficientemente ampia). La morte ha reso Leo… eternamente Jack bello, affascinante, generoso e ambizioso. Non ha alcuna colpa della fine della relazione, oltre il decesso. Povero marito di Rose che ha dovuto competere anni contro un fantasma e ne è uscito pure sconfitto. My heart will go on nella prossima vita, forse.
How to lose a guy in 10 days (2003) – come fare gli stronzi in amore ed uscirne vincitori
Poteva essere questo come mille altri esempi di commedia romantica americana dove si raccontano mille frottole per farsi piacere all’altro, un* sbugiarda l’altr* e dopo dieci minuti di separazione sofferta gli amanti scelgono di perdonarsi. Questo è uno dei miei film preferiti per tossicità.
Andie, giornalista di cronaca rosa, deve scrivere un articolo sugli errori che le donne commettono durante una frequentazione. Quindi conosce Benjamin con l’unico scopo di sedurlo, ufficializzare il rapporto, sabotare la relazione e trovare tutta la documentazione per il suo How a lose a guy in ten days. Lui, atavico farfallone, per una scommessa “di lavoro” deve trovare una fidanzata e portarla a una serata mondana. Entrambi hanno dieci giorni di tempo per raggiungere l’obiettivo. Entrambi faranno qualsiasi cosa in loro potere per salvare o distruggere il rapporto, in una escalation di bugie e manipolazioni esilarante. Ovviamente i nodi verranno al pettine e ovviamente decideranno lo stesso di tornare insieme. Se si sposano voglio il nome del loro avvocato divorzista.
Eternal sunshine of the spotless mind (2004) – il titolo peggio adattato della storia
Eternal sunshine of the spotless mind è un grande inganno operato dalla distribuzione al pubblico. Il titolo inventato, Se mi lasci ti cancello, svela l’idea alla base del soggetto e insieme crea l’illusione che andrà a vedere una commedia romantica. Di quelle dove spesso si ride, un po’ si piange e ci si rincuora sul lieto fine. Col cazzo. Questo film è la rappresentazione per immagini del rimpianto, dell’amarezza, e di come certe relazioni disfunzionali siano fatte per durare, superando le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farle dimenticare. Una storia romantica a suo modo. Allegra mica tanto. Del resto il dolore è prova che si è vissuto qualcosa di importante, e se non siete d’accordo con questa tesi, forse non siete ancora pronti per una relazione.
Tra parentesi: per me il film più bello di questa lista, anche se ha generato il fenomeno delle manic pixie girl.
500 days of summer (2009) – anche questo non scherza
L’ennesima storia di Lei (Summer) che lascia Lui (Tom) dentro uno squallido cafè, apparentemente senza una spiegazione. Poi si torna indietro nel tempo, all’istante in cui si conosciuti. E di nuovo avanti, indietro, avanti, in una struttura non lineare, fino a narrare i 500 giorni in cui Summer e Tom si sono frequentati e riempire tutti gli spazi del puzzle.
500 days of Summer parla di quanto è facile vedere quello che si vuole vedere, ascoltare quello che si vuole ascoltare, trovare coincidenze e affinità nella persona di cui si è innamorati, dopo averla messa sul piedistallo. E di come tutte le relazioni, anche quelle che finiscono a piatti rotti, sono utili occasioni di crescita. Un film che andrebbe visto almeno tre volte, in tre fasi della vita diverse: una dove si da ragione a Lui, una a Lei, l’ultima alla propria coscienza. Consiglio spassionato: se trovate nella vita un amico/a come la sorellina del protagonista tenetevela stretta. Riduce le probabilità di passare dall’estate all’autunno senza conseguenze.
Her (2013) – lei è meglio di te perchè è artificiale
Quella che solo tredici anni fa era una storia di fantascienza adesso è attualità. Los Angeles. In un futuro alternativo le persone sono perpetuamente connesse al virtuale tramite dispositivi tascabili e possono innamorarsi dei loro sistemi operativi. Theodore Twombly, copy-writer per lettere d’amore altrui, sta per divorziare e soffre la solitudine. Su suggerimento di una collega si consola acquistando l’ultima forma di intelligenza artificiale, un assistente programmato per imparare e adattarsi alla personalità del suo user. Her, Samantha, diventa presto presenza insostituibile nella vita di Theodore, ma questa particolare relazione porterà con se tutta una serie di difficoltà imprevedibili.
“Hai sempre voluto una moglie senza la sfida di affrontare qualcosa di vero e sono felice che l’hai trovata, è perfetta per te.” commenta amareggiata la ex di Theodore, Catherine. Una questione per tutti noi, oggi più di ieri.
Perfetti sconosciuti (2016) – con amici come questi non hai bisogno di nemici
Perfetti sconosciuti ci ha insegnato che sbirciare il cellulare altrui è una pessima idea, specie durante una cena tra coppie di amici. Non c’è molto altro da aggiungere, basta guardare il film e assistere, di confessione in rivelazione, al montare dell’imbarazzo empatico (i giovani lo chiamano cringe). Non vogliamo davvero conoscere i desideri più nascosti del nostro migliore amico, di nostra moglie, del nostro amante (che può coincidere con il marito della nostra migliore amica), di nostra figlia. Meglio una menzogna rassicurante di una verità dolorosa. Teniamo quindi gli schermi oscurati e andiamo avanti con le nostre bellissime vite di plastica.
Materialists (2025) – nell’era del dating puoi sempre trovare di meglio
Come mandi avanti una carriera dopo aver esordito con un’opera eccezionale? La regista Celine Song per il suo secondo film pesca dalla propria esperienza giovanile come agente matrimoniale a New York e parla di quanto sia diventato impossibile trovare un partner degno delle proprie aspettative, figurati innamorarsi. Quando contano soprattutto i cm, la RAL, la giovinezza, la bellezza, i beni materiali e transitori di una persona, dove trova spazio il sentimento?
Lucy Mason, dopo anni da matchmaker e una relazione fallimentare alle spalle, ha deciso che si sposerà solo quando troverà un uomo “spudoratamente ricco” e nel frattempo accoppierà gli altri. Caso vuole che durante il matrimonio di una sua cliente conoscerà proprio “un unicorno” ricchissimo, gentilissimo e ancora scapolo, con la faccia di Pedro Pascal. La stessa sera ritroverà pure il suo primo amore John (Chris Evans), aspirante attore ridotto a fare il cameriere part-time per pagarsi l’affitto.
Materialists non è perfetto come Past Lives (prologo ed epilogo sono da denuncia all’ordine degli sceneggiatori e una violenza sessuale viene trattata con fin troppa leggerezza) ma è un film attuale che fa riflettere ben oltre i titoli di coda, non posso dire lo stesso di tanti premi Oscar usciti in questo decennio.
Bonus: La la Land (2016) – scusa ma il mio sogno vale più di te
Un’aspirante attrice e un mediocre jazzista, più bravi a recitare che a ballare o cantare, si mettono insieme per farsi il tifo a vicenda mentre inseguono i rispettivi sogni, ma sono entrambi troppo egoriferiti per dialogare civilmente e accettare mezzo compromesso. Un provino fallito, stare a distanza qualche mese causa tour, sorpresa sorpresa la coppia va in crisi. Non è giusto che uno dei due sacrifichi le ambizioni dell’altro pur di averlo al proprio fianco, giusto? Giusto un cavolo. I sacrifici in una relazione sono necessari nelle giuste dosi e con reciprocità. State soli con le vostre carriere se non sapete fare un passo indietro, ma non veniteci a dire con le vostre faccette contrite che il mondo fuori da Hollywood funziona così.
Talmente osceno che fatico a definirlo una commedia romantica, talmente oltre che nel mio gruppo di amici ha generato il tormentone “comunque una storia d’amore migliore di La la land“. Sì, a mio avviso persino Twilight con i suoi lupi in calore, l’imprinting, le scenate di gelosia esagerate e i vampiri secolari amanti del liceo ha più dignità. E gli manca il difetto di essere un (brutto) musical.
I film musicali sono la mia merda, mi basta vedere persone che cantano al passo di coreografia dignitosa per essere felice, eppure Wicked aveva tutti gli ingredienti per spiacermi: un femminismo urlato, un’inclusività forzata, dei cambi di etnia pur di avere questo o quell’attore famoso nel cast, la scuola di Hogwarts, Ariana Grande. Poi mi sono informata: il musical di Broadway di cui è adattamento è stato scritto nel 2003, dieci anni prima di Frozen, quando certe tematiche venivano trattate con maggiore sensibilità e genuinità. Difatti con il passare dei minuti il senso di fastidio (pregiudizio?) è andato a sparire per poi ribaltarsi in sincera ammirazione.
Wicked, il film, è prima di tutto un musical che non si vergogna di esserlo. Contrariamente al dimesso e problematico Joker: folie a deux, e al pop-pu-lar Barbie, qui cantano intonati, ballano assai, sventolano chiome, sculettano nonostante le calzamaglie aderenti, quasi tutto alla luce del sole e in vibranti tonalità di verde smeraldo e rosa pastello, in barba alla sospensione dell’incredulità. Wicked è campy, buffo, divertente, commovente, coraggioso, schizofrenico, integerrimo al libretto originale. E ancora oggi, vent’anni dopo, ha qualcosa da dire sulla manipolazione delle masse, sul pregiudizio, sull’accettazione, sull’amore -non solo romantico- sulla vera amicizia femminile. Si capisce perché fosse un film molto atteso in America e perché stia sbancando oggi al botteghino. L’essere il prequel/retelling de “the wizard of Oz” da solo non basta a motivarne il successo.
Certo, non è un film perfetto: la metà delle canzoni sono dimenticabili ma necessarie a mandare avanti la trama, la messa in scena è spesso ridondante di orpelli, personaggi secondari avrebbero meritato un approfondimento senza sforare le tre ore di girato, ha evidenti buchi di trama (cosa studiano in quella scuola, se Elphaba è l’unica ad avere dei poteri straordinari?).
Ariana Grande sembra nata per interpretare la svampita cheerleader dal cuore d’oro Galinda, Cynthia Errivo riesce a tratti a far dimenticare la performance di Idina Menzel, altri (Michelle Yeoh e Jeff Goldblum) sono decisamente sottotono . Le canzoni sono state straziate in italiano. Posso accettare “popolar-e”, ma non tradurre “And if I’m flying solo/At least I’m flying free” che è il cuore di questo primo atto è criminale. Chi ha visto il musical sa bene che ci sarà una parte due in uscita il prossimo anno, anche se questo finale non lascia troppe cose in sospeso.
Sapete cosa mi ha ricordato questo Wicked? Quel film evento che una volta si aspettava di andare a vedere al cinema con la famiglia a Natale. L’erede spirituale di un film Disney, di Harry Potter, de il Signore degli Anelli, del nuovo Star Wars. E spero proprio ci andranno in tante famiglie a vederlo, sopratutto le bambine. Abbiamo bisogno che lo vedano, che lo capiscano e che escano dalla sala arrabbiate, se vogliamo nutrire la speranza di un futuro migliore.
Nel 1995 lo scrittore americano Gregoy Maguire ebbe l’idea di recuperare l’universo narrativo creato da Frank Baum e la figura mitologica della strega per parlare di discriminazione, machiavelismo, relativismo, manipolazione delle masse. Questa rivisitazione, antefatto de il Meraviglioso mondo di Oz, ha come protagonista la giovane strega dell’Ovest e narra la storia di come diventò malvagia (Wicked). Sono state le circostanze a renderla così? Elphaba era condannata alla nascita a prendere una cattiva strada per via del colore della sua pelle? L’amicizia con la popolare e buona Glinda, l’amore per il principe Fiyerro potrebbero salvarla? Ma soprattutto, chi definisce cosa è giusto e cosa non lo è? Secondo quali principi morali una persona dovrebbe giustificare (autorizzare) le proprie azioni?
The “Wicked” musical
Il romanzo fu un successo tale da spingere Maguire a scrivere tre seguiti e il compositore Stephen Schwartz a correre ad acquistarne i diritti. La storia di Wicked, ripulita delle sezioni più sinistre e riscritta focalizzandosi sul rapporto di nemiciamicizia tra Elphaba e Glinda, divenne nel 2003 un musical di maggior clamore. Inevitabile, dopo vent’anni di repliche, adattare i due atti teatrali in due film di circa tre ore ciascuno.
Two “Wicked” movies, for good
Se il primo film può adagiarsi sugli allori di alcune delle canzoni più iconiche e potenti della storia dei musical e di una storia di formazione e di empowerment femminile (per entrambe le protagoniste) molto dritta, aka apprezzabile, il compito che spetta a questo secondo capitolo è più impegnativo. Il libretto dello spettacolo, difatti, compiva la scelta di trascurare la situazione politica del regno di Oz per narrare le vite di Glinda e Elphaba.
Cinque anni dopo la separazione le due ragazze sembrano aver ottenuto quello che volevano: Glinda è voce e volto della Città di Smeraldo, ha “circa” l’amore di Fiyerro, un matrimonio da diva in vista, l’affetto del popolo. Elphaba è esule e sola ma libera di sperimentare la magia e passa il tempo in compagnia degli amici animali della foresta. Ci sono molte stoccate ai classici Disney, e questo è bene. Capisco la delusione di chi, digiuno del musical omonimo, si sarebbe fermato al “lieto fine” del primo film.
Perché da qui innanzi la storia inizia a porre domande scomode.
One question haunts and hurts too much, too much to mention Was I really seeking good or just seeking attention?
Una rete di intrighi politici, non detti e triangoli amorosi scatenerà gli eventi di questo Wicked: For good. Elphaba dovrà fare i conti con un potere enorme e imprevedibile (qualcuno ha pensato a Madoka Magica?), sempre usato “a fin di bene”, senza che questo bene le sia mai stato riconosciuto. Nè dalla sorella – futura Strega dell’Est- nè da un Mago che ha deciso di renderla il capro espiatorio di una Nazione. Le persone hanno bisogno di eleggere un cattivo per sentirsi buone e i dittatori ben sanno che la Fede e l’Odio sono i migliori strumenti di controllo delle masse.
For the popular girl High in the bubble
Isn’t it high time For her bubble to pop?
Glinda dovrà decidere se continuare a restare “nella bolla” di una vita privilegiata e comoda ma falsa. Se sta facendo “il bene” di una nazione sostenendo i trucchetti e le menzogne del Mago, se in questo caso il fine giustifica i mezzi. Se vale la pena sacrificare le persone che le hanno davvero voluto bene per salvare un popolo. Si chiederà infine se è sempre stata una strega buona – del Sud – o solo gentile.
“Spero che tu sia felice alla fine, spero che tu sia felice, amica mia.” duettavano Ariana Grande e Cynthia Erivo alla fine di Defying Gravity. Poco importa se il loro affiatamento in scena abbia generato una serie di rumortanto inquietanti da escluderle dalla corsa agli Oscar. Il mondo degli adulti è una bolla che galleggia incerta. Le figure di riferimento con il tempo vengono a mancare o ci deludono e bisogna decidere per se stessi chi si vuole diventare. Amicizie (amori?) finiscono per torti tremendi o semplici divergenze di strada. Ma se l’affetto resta, se il ricordo è dolce, quel rapporto avrà sempre un valore. Ho letto in giro questa frase: “se il dolore non ti ha reso più empatico allora l’hai sprecato”. Credo sia questo il messaggio dietro questa bilogia cinematografica, ancor più del musical e in maniera speculare al romanzo.
Peccato per due canzoni di troppo, la coreografia che spesso non regge la messa in scena sontuosa e alcuni buchi di logica che sono stati ereditati dallo spettacolo teatrale. Il film inoltre perde focus ogni volta che ammicca al grande classico del 1939, con una Dorothy ridotta a comparsa senza volto, personaggi a cui sono state riscritte le origini o attribuite azioni incoerenti. Al netto di questi difetti considero Wicked: For Good uno dei migliori musical che abbia visionato, imperdibile per i fan del genere e godibile anche per gli allergici dei vocalizzi in falsetto e dei costumi confettosi pieni di volant.
Who can say if I’ve been changed for the better? But because I knew you
“Caso mai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte! “
io a Favaretto se avessi mai l’ardire di partecipare
Poichè non voglio dare l’illusione di essere una persona colta e raffinata, di quelle che bevono tè al matcha biologico mentre ascoltano un podcast sulla situazione geopolitica internazionale, scuotendo il capo perchè mala tempora currunt, voglio parlare di una mia grande passione: i reality trashamorosi. Temptation Island, L’amore è cieco, Primo appuntamento, Too hot to handle: rivisitazioni moderne dei fotoromanzi, con la metà dei litigi di una puntata di Forum e una parvenza di credibilità in più. I concorrenti sono veri N.I.P. , quindi incapaci di recitare di fronte a telecamere h24 e non così “riscrivibili” in fase di montaggio dagli autori. A volte i personaggi reclutati sono in cerca di amore, più spesso di visibilità (ci torniamo dopo) per la propria impresa, regalano sempre tormentoni e spunti di riflessione.
Penso come Dostoevskij: “non si può amare senza conoscere”, e non c’è niente di più appassionante di assistere due sconosciuti che si presentano, provano a capirsi, si illudono di amarsi e poi si separano. E noi, autoinvestiti di una consapevolezza emotiva superiore, li giudichiamo popcorn in mano.
se la televisione avesse venti anni in meno oggi sarebbero i nuovi Gialappi
Rifletto in particolare sul format di Matrimonio a prima vista Italia. Una coppia, rigorosamente composta da uomo e donna, verrà guidata da un team di tre “esperti” (una psicologa clinica, una sessuologa e un life coach) a sposarsi. Si vedranno per la prima volta il giorno delle nozze, poi dovranno partire per la luna di miele, incontrare i rispettivi parenti e amici e se non scoppiano prima andare a convivere. Dopo due settimane di soggiorno condiviso forzato gli esperti chiederanno agli sposi se vogliono proseguire “l’esperimento” a telecamere spente o divorziare. Il 90% decide di allontanarsi per mille ragioni diverse, ciononostante c’è la fila di candidati alle stagioni successive. L’edizione italiana, iniziatata nel 2016, è già arrivata alla sua SEDICESIMA edizione.
Ti sposerò perché
Come il titolo suggerisce: perché qualcuno dovrebbe partecipare a un simile esperimento sociale? Il divorzio post programma è agevolato e non prevede addebito al coniuge, ma il matrimonio è legittimo. In mille altri reality si può diventare famosi e trovare l’amore senza la seccatura di convivere con una persona non attraente o psicotica o sgradevole. L’ esperimento ha dimostrato, statistiche alla mano, di non funzionare. La malizia suggerisce che certe coppie siano state assemblate dagli esperti tra soggetti non pronti a una relazione o incompatibili solo per dare content. Che noia, l’amore sano costruito nel tempo tra due persone che sanno comunicare! Meglio mettere sotto pressione due ignoti che non si piacciono finchè uno dei due metterà le mani addosso all’altro o scapperà valige in mano. Manco a dirlo le due cose sono abbondantemente successe in passato.
Venendo a questa edizione di Matrimonio a prima vista, che sta finendo di essere trasmessa sui canali Discovery e Real time. Non è tra le più appassionanti (se cercate il dramma vi consiglio di recuperare la quinta e la sesta) ma è tra le più reali. Non so quanto sia stato calcolato dagli autori, ma i sei sposini incarnano perfettamente la situazione delle frequentazioni amorose nel 2026.
Premessa: valuterò i personaggi in base a come sono stati raccontati nel corso delle puntate, al netto di tagli, montaggi, voci narranti e confessionali. Non ce l’ho con Andrea, Irene, Pincopallo, sia perché non li conosco, sia perché li considero un pretesto per scrivere di altro. Chiedo scusa in anticipo se li ho mal interpretati, ammesso che arriverano a leggere questo articolo. E dunque, chi sono i partecipanti della sedicesima edizione di #mapv?
Ho visto lei che guardava lui che guardava in camera
Partiamo dalla coppia più “tranquilla” e facile da decifrare. Linda ha 29 anni, viene da Verderio (MB) e fa la logopedista. Andrea T. è un operaio tre anni più grande che vive a Muggiò (MB). Hanno una grande passione in comune, a nostro avviso pure l’unica: il motociclismo. Per il resto sono distanti quanto il giorno e la notte.
Lei è perennemente entusiasta, affettuosa, predisposta all’ascolto, iperattiva; lui è un po’ orso, mite, non ama parlare e partecipare a grandi eventi mondani. È uno di quei casi in cui gli opposti NON si attraggono. Andrea non sa più come dirle che è attratto dal fisico della sua sposa, ma è un po’ frastornato da tanta energia e voglia di fisicità; in pratica vorrebbe che Linda fosse “meno” Linda, problema di difficile soluzione. Linda è andata nel pallone già al terzo giorno di conoscenza, confusa dalla distanza emotiva e dai segnali contrastanti che gli manda il marito; di giorno coccole alle terme di fronte alle telecamere, la sera crollato a letto senza neanche darle la buonanotte.
Lei vorrebbe tutto subito, lui temporeggia. Lei si dispera, lui si spazientisce. Il finale è già scritto e lo saprebbe leggere pure la sposina se avesse un po’ di consapevolezza e di amor proprio in più. Ma Linda agisce spinta da una forza superiore, consapevole che ormai sono sposati e tutta Italia lo verrà a sapere; questo esperimento DEVE funzionare. Lei DEVE sposarsi prima di compiere trentanni. Gli esperti DEVONO averci preso perché sono professionisti dell’amore e lei è stufa di andare dietro alle persone sbagliate. DEVE solo impegnarsi di più e questa relazione andrà per il meglio.
Ecco, non so come vada sentimentalmente adesso a Linda (Andrea salvo sorprese dell’ultimo minuto sembra una persona risolta, quindi ce ne frega il giusto) ma spero che abbia intrapreso un “percorso psicologico importante”. Non è una cattiva ragazza, deve solo imparare a non farsi guidare dalle ferite da abbandono e il principe azzurro la raggiungerà senza doverlo rincorrere.
qui ancora non lo odia
Marina, 28 anni, receptionist di Rimini (RI) è una ragazza molto quadrata e determinata; al contrario di Linda ha un’immagine precisa di chi vuole al suo fianco. Ma fa schifo a descriverla. Ai provini chiede un tipo un po’ pazzo, divertente, “come ciuchino in Shrek” e gli esperti le presentano Federico, 39 anni, capo magazziniere a Stezzano (BG). Federico è estroverso, logorroico, alla ricerca perpetua di leggerezza nella vita, probabile affetto da AHDH mai trattata.
Più passa il tempo e più Marina si accorge di non amare il suo modo di fare, cosa non dice nel suo linguaggio fatto di parentesi aperte e mai chiuse (bro, ti capisco!), i suoi valori, a momenti come respira. Altro caso in cui si può far poco, come la coppia precedente. A fare la differenza è come l’incompatibilià viene gestita nella coppia (spoiler: male). “Io non perdo la pazienza tanto facilmente, ma lui è un agglomerato di cose che mi mandano in bestia” confesserà Marina in uno sgabuzzino dove si è rifugiata per non prenderlo a forchettate.
Causa del crollo nervoso: una sfida culinaria. I due neosposi sono già passati a convivere nell’appartamento di lei, con zero entusiasmo. Lui dice che il risotto allo zafferano è la sua specialità e si offre di prepararglielo, ma la poltiglia pallida che le serve sul piatto lo sbugiarda. Su insistenza della consorte Federico ammette la menzogna; sa fare il risotto, ma ai funghi, e lei in ogni caso ha cucinato meglio. Marina, provocata dal complimento, dalla mancanza di coerenza, dalla testardaggine del marito gli urla i peggio improperi: Federico è vuole sempre avere l’ultima parola, è stufa marcia di averci a che fare. Una anima pia tra gli autori dovrebbe interrompere l’esperimento, ma si preferisce mandare avanti lo spettacolo, nella speranza di un litigio violento durante la puntata della scelta.
Qui i gusti non si discutono, i modi sì. Tutti noi prima o poi abbiamo dovuto provare nella vita l’esperienza di convivere o collaborare con qualcuno che avremmo voluto prendere a forchettate. Si sorride, si incassa, si difende la propria posizione se proprio necessario e si sopravvive fino a chiusura contratto. Vvere insieme alle telecamere e a un team di autori aggiunge un fattore di stress in più, tuttavia non si fa una gran figura ad alzare la voce e sminuire alle spalle il consorte. Marina è tanto schifata di Federico da non notare che ha elaborato decentemente una relazione di tredici anni, ha un lavoro stabile da responsabile e ha un cresciuto un figlio non suo ; sarà un ciuchino, ma non è un cretino. Merita un po’ di rispetto, via.
finchè morte non li separi
Finiamo in bellezza con Andrea D., 42 anni, operaio tecnico di Voghera (PV) e Irene, coetanea di Genova, tanatoesteta. Cosa fa la tanatoesteta? Sistema e prepara i defunti prima del funerale. Vorreste saperne di più? Tranquilli, Irene è disponibilissima a parlare del suo lavoro, della morte, di cadaveri, di cari estinti, di trapasso, di esequie, di sepolture, di al di qua e al di là. Del canale TikTok da 112k follower no, le è stato vietato. Restano gli altri argomenti allegri e accoglienti per una nuova conoscenza.
Andrea è un operaio che a quarant’anni ha deciso di mollare tutto e reinventarsi. Bravo. Ha uno zio morto anni fa di cui non sente adeguata mancanza. Non sapremo altro di lui, per i tagli e perché lei non lo lascia parlare se non dà risposte che le piacciono. Irene descrive Andrea per noi: è una persona fredda, falsa, superficiale, che non la mette a suo agio. Non si è capito quale evento le abbia messo in testa queste idee in meno di ventiquattro ore, ma non si smuoveranno da lì. Lei si definisce empatica perchè ha scelto un lavoro che richiede un grande tatto dopo aver perso entrambi i genitori. Avrei voluto vedere un po’ di quel tatto durante i molti scontri con il coniuge.
Una sera, a cena, Irene ordina ad Andrea di scegliere “un argomento a piacere, come a scuola”. Lui prova a dire che a primo impatto lei non era il suo prototipo estetico, ma… e non sentiremo mai cosa segue quel “ma”. Possiamo ipotizzare fosse un complimento, Irene lo interpreterà come una mancanza di rispetto, “Ci hai messo quattro giorni a dirmelo? Mi baci, mi baciucchi, mi cerchi e poi… questa è una bomba, ti rendi conto?” e insiste “Sto cercando di conoscerti e non vedo niente dall’altra parte. Io ho delle difficoltà infinite ad avere una relazione benchè minima con te. ” “No, tu hai un problema ad avere una relazione.” “Ma come ti sei permesso!” urlerà lei abbandonando il tavolo. “E poi sono io l’immaturo” commenterà avvilito il marito. Come dargli torto. È stato lapidato verbalmente perché ha osato esporre un problema, e la produzione, ancora una volta, non interviene.
Divorzio all’italiana
Cosa vuole raccontare, in conclusione, questo gioco tra aspiranti ammogliati? Ammesso che, come diceva un mio ex, potrebbe essere tutto finto, come sono finte le storie d’amore sul grande schermo e come sanno essere attrici le persone quando mettono in mostra la propria reputazione (i due Andrea, nel loro essere sempre impeccabili, non mi hanno convinto). Il mondo reale del dating, per esperienza diretta e raccontata, non mi sembra tanto distante: un grande mercato del pesce dove si compra solo se ha un bell’aspetto e non puzza, dove si parla tanto di “lavorare su se stessi” ma per se stessi si intende l’altro, nell’illusione che l’anello al dito sia uno stimolo sufficiente a continuare. Finchè morte o litigio non li separi.
“Gli dei non permettono a nessuno di essere famoso e felice.
patroclo in uno dei rari momenti in cui non si limita a contemplare la bellezza di achille
Cercavo una rivisitazione moderna dell’Iliade, ho trovato una lunghissima fanfiction sulla relazione tra Achille e Patroclo. Ne “La Canzone di Achille”, romanzo a tema epico-erotico ambientato durante l’Iliade Omerica, solo l’ultimo terzo è dedicato alla guerra, l’autrice è palesemente più interessata a decantare la bellezza del primo e l’infatuazione disperata del secondo che a descrivere epiche battaglie (al duello contro Ettore viene dedicato un paragrafo strimizzito, per capirsi). Si aggiungono al quadretto personaggi femminili che vanno dall’insulso al gratuitamente stronzo e il romanticismo da “Harmony” con cui un’autrice donna piace infiorire una storia d’amore omosessuale. Citando una booktoker che seguo: cambiando sesso a Patroclo la storia non sarebbe variata di una virgola. Spero che il secondo libro della stessa autrice, “Circe”, sia meglio, per non perdere la fiducia nei confronti di persone che me l’hanno raccomandato e perché tutto sommato Madeline Miller ha un bello stile. La prosa di “La Canzone di Achille” è elaborata e descrittiva quanto basta, i dialoghi suonano naturali; sarei stata più contenta se tale eleganza fosse stata investita in qualcosa di più appassionante e significativo.
Postilla ironica: il gatto in vena di dispetti ha aperto il libro abbandonato sul letto e ne ha graffiato le pagine. Libro che avevo preso in prestito in biblioteca, che non mi è piaciuto per niente, e a cui dovrò pure regalare dei soldi per riparare il danno.
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